Scritto da Beppe Leonetti il 13 marzo 2011 alle 17:51
Non avendo i cittadini di questo paese la salutare abitudine
di esigere il regolare rispetto dei diritti che la costituzione concedeva loro,
era logico, anzi, era naturale che non fossero arrivati
a rendersi conto che glieli avevano sospesi.
Saramago, Saggio sulla lucidità
Per ciò che appare come una curiosa coincidenza, recentemente sono stati ristampati due libri da tempo introvabili: si tratta di Diplomazia clandestina di Emilio Lussu (1956), ripubblicato da B&C&Dalai, e L’anarchico Schirru di Giuseppe Fiori, 1990, ora Garzanti.
Due libri che in comune hanno ben poco, a dire la verità: dove uno è un racconto a posteriori, un’inchiesta giornalistica sulla storia di un giovane assassinato dal fascismo, l’altro è una porzione delle memorie di un uomo politico (e non solo) che ha trascorso vent’anni in esilio. Ma essendo la figura di Emilio Lussu presente in entrambe le opere, si riesce a cogliere un ritratto molto interessante delle attività che l’antifascismo svolgeva all’estero.
La vicenda di Giuseppe Schirru è ben nota (e Fiori la racconta benissimo): emigrato negli Stati Uniti da bambino, naturalizzato, di mestiere è venditore di banane. Ma quelli sono proprio gli anni del processo a Sacco e Vanzetti, e un anarchico come Schirru, che scrive sul giornale militante L’Adunata dei refrattari, non ne rimane indifferente. Decide a un certo punto di venire in Italia, di rivedere il suo paese, si ferma a Milano proprio mentre Mussolini è in visita alla città: siamo ormai nel 1929, il fascismo è bello forte e si rinvigorisce con continue supposte minacce al Duce e all’integrità del paese. Schirru è tra la folla, e guarda passare l’auto di Mussolini, per poi scrivere a un amico: “Immagina. Vedertelo passare a tre metri di distanza, benché in automobile chiusa e con i vetri bullet-proof rialzati. Ma se ci fossero state una o due “patate” (bombe), anche i vetri si sarebbero infranti. Se l’automobile fosse stata aperta, come in Toscana, avrei tentato il colpo con la “pipa” (pistola). Vederlo passare così vicino e non poter fare niente… credimi, non si soffre dolore più intenso.” Ha un’idea: ucciderlo, uccidere Mussolini, perché quello che non ha capito Bresci è che uccidendo un re non si abbatte una monarchia, ma uccidendo un tiranno sì, si distrugge il regime.
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Scritto da Beppe Leonetti il 02 febbraio 2010 alle 23:04
Qualche settimana fa, Oliver Stone ha scandalizzato il mondo intero con una serie di rapidi giudizi sugli orrori del Novecento1. Stone è uso a facili polemiche. Ma personalmente mi sento di riflettere sulla sua sparata, soprattutto perché in qualche modo riguarda molto da vicino qualcosa che sta accadendo oggi, di nuovo, in molte parti del mondo, in modo molto più insidioso rispetto a quanto abbiamo visto finora2.
In realtà non voglio entrare nel merito delle affermazioni di Oliver Stone (per il quale non nutro molta stima), ma utilizzarle per tentare di sviluppare alcune riflessioni nate dalla lettura di due stupendi volumi, molto diversi tra loro.

Il primo è Marcia su Roma e dintorni3, una sorta di breve memoriale autobiografico nel quale Emilio Lussu ricorda la nascita del fascismo così come lui l’ha vissuta. In un arco di tempo che va dal 1919 al 1929 (anno della sua rocambolesca fuga dal confino a Lipari insieme a Carlo Rosselli e Fausto Nitti4), il cavaliere dei Rossomori ricostruisce le vicende cui ha assistito personalmente, le conversioni (o meglio le abiure) dei suoi compagni di partito – primo fra tutti Umberto Cao – le crescenti violenze attuate dalle camicie nere, fino ad arrivare alla vera e propria caccia all’uomo contro lo stesso Lussu, che portò allo scontro a fuoco a seguito del quale il Senatore venne arrestato e condannato.
L’altro è Come si diventa nazisti5 (orrendo titolo italiano di The Nazi seizure of power) di W.S. Allen, accurata analisi della vita di un villaggio nell’Hannover, Thalburg (in realtà Nordheim) tra il 1930 e il 1935. Lo storico americano ricostruisce, attraverso l’indagine condotta sul campo, mediante interviste ai protagonisti, ma anche attraverso lo studio di documentazione ufficiale, i passi graduali che portarono questo paese di 10000 abitanti, ad abbracciare la sciagurata fede hitleriana. Luciano Gallino ricorda, nell’introduzione al volume, che “in soli due anni, dal 1928 al 1930, i voti a favore della NSDAP aumentarono di quattordici volte, salendo da 123 a 1742, su un totale di voti espressi che intanto ha superato i 6000.”6 Anche qui, si passa dalla propaganda iniziale, che suscita qualche ammirazione e qualche entusiasmo, alle violenze che sanciscono la vittoria.
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