Scritto da Matteo Boero il 12 maggio 2010 alle 16:46
I’m going to come back to West Virginia when this is over. There’s something ancient and deeply-rooted in my soul. I like to think that I have left my ghost up one of those hollows, and I’ll never really be able to leave for good until I find it. And I don’t want to look for it, because I might find it and have to leave.
Breece D’J Pancake, in una lettera alla madre

È l’8 febbraio 1994. Su due fogli di carta intestata dell’Hotel Villa Magna a Madrid, Kurt Cobain scrive la sua penultima pagina di diario. È una riflessione sul tempo, sull’importanza che il tempo riveste per coloro che diventano dipendenti da sostanze chimiche, da droghe potenti come l’eroina e la cocaina. Cobain porta ad esempio il cinema. «Nei film i registi provano a ritrarre scene di vita vissuta. I momenti più interessanti all’interno dell’arco temporale dei personaggi sono poi selezionati entro una certa durata. Il tempo è molto più lungo rispetto a quello che un film può mostrare e che uno spettatore sopporterà. Insomma, noi non ci rendiamo conto del ruolo gigantesco che ha il tempo nel condurci attraverso gli avvenimenti». L’esempio che segue, di un ragazzo che inizia a bucarsi il 1° gennaio e tra stacchi e riprese arriva a natale senza mai sentirsi davvero tossicodipendente, dura appena una pagina, ma in un anno di consumo occasionale di eroina, commenta Cobain, quella persona ha passato più giorni fatto che non. Che lo si voglia ammettere o no, conclude, l’uso della droga è una fuga. Una fuga dal tempo. Quel tempo che nessuno spettatore sopporterebbe di vedere rappresentato nella sua interezza, perché la visione sarebbe insostenibile. E di lì a due mesi, infatti, non sarà più sostenuta. Continua a leggere
Scritto da Beppe Leonetti il 13 febbraio 2010 alle 00:52
Recentemente Mondadori ha tradotto il nuovo romanzo di James Ellroy, Il sangue è randagio (Blood’s a rover, il titolo è la citazione di un verso di A. E. Housman). E si conclude così, dopo quindici anni, la trilogia americana: ad American Tabloid, uscito nel 1995, era seguito Sei pezzi da mille (The cold six thousand) nel 2001.
Antonio D’Orrico scrive su Sette, l’inserto del Corriere della sera, che “Il nuovo noir di James Ellroy è una boiata pazzesca” (è un’espressione tornata di moda, ultimamente, ed è la stessa, profondissima critica che Libero concede a Altai di Wu Ming). Non ho ancora letto il libro, è lì, immacolato, vergine, che mi guarda. Però le osservazioni di D’Orrico, quasi strettamente linguistiche, sono pienamente condivisibili: le frasi-telegramma, l’uso ipnotico dell’allitterazione e la sostituzione della lettera c con la k sono espedienti barocchi e pure un po’ ingenui, che a lungo andare risultano gratuiti, e nauseano.
D’altra parte Ellroy resta uno scrittore affascinante. Uno scrittore, ché come uomo non deve essere tanto piacevole. Lasciamo stare le vicende personali, raccontate nell’angosciante I miei luoghi oscuri (la cui lettura consiglio: è comunque ammirevole la freddezza con cui affronta la propria biografia, una biografia del resto così sconvolgente). Veniamo ai suoi romanzi.
Si notano benissimo tre fasi creative, nell’opera di Ellroy. La prima, che coincide con i primi sei libri, è quasi un esercizio di stile. Le trame sono molto banali, costruite su un’impalcatura di topoi mutuati dai classici del noir, Chandler e Hammett sopra tutti (ma con piccole variazioni sul tema, tutte derivanti dalla propria vicenda personale – e chi ha letto il già citato I miei luoghi oscuri non potrà non accorgersene). Il protagonista è in genere un poliziotto/investigatore solitario, dedito all’alcol e all’auto-esaltazione. Le storie sono mosse dalla presenza di una dark lady e di un riccone proprietario terriero. Per la maggior parte l’ambientazione è la Los Angeles degli anni ‘80. Più o meno, la sostanza è sempre questa. Molto piacevoli per chi, come me, ama il noir e ama sguazzare nei luoghi comuni di questo nobilissimo (e purtroppo poco longevo) genere. Continua a leggere
Scritto da Matteo Boero il 31 gennaio 2010 alle 15:23
Ho finito Zona disagio. È una specie di mémoire farcito di inserti saggistici che vanno dal bird watching ai fumetti di Schulz. Gli inserti sono piuttosto istruttivi, specie quello sull’amore del nostro cervello per le immagini rudimentali e astratte: «poco più di un cerchio, due puntini e una linea orizzontale – Charlie Brown». O questo qui sulle tre dimensioni di Kafka (si parla del Processo), che si chiariscono tutto a un tratto guardando un professore di tedesco ubriaco a una festa del college:
Proprio quest’altra faccia di Awery – il fatto che avesse un’altra faccia così visibile – mi stava aiutando finalmente a capire per intero le tre dimensioni di Kafka: il fatto che un uomo poteva essere una vittima mite, sensibile, comicamente bisognosa e un seccatore lascivo smargiasso e astioso, e anche, segnatamente, una terza cosa: una coscienza vacillante, una simultaneità di impulsi colpevoli e acuti rimorsi, una persona inserita all’interno di un processo.
Jonathan Franzen si guarda e parla di sé. Non solo di com’era all’epoca del college e di cosa ne pensa adesso, ma proprio della sua poetica e delle sue aspirazioni, di una visione del mondo opportunamente diluita e shekerata in un tomone di seicento pagine che lo ha reso famoso: Le correzioni. In un’intervista rilasciata al Corriere della sera nel 2002 Franzen definiva Le correzioni «Un romanzo all’antica, postmoderno e famigliare […] una via di mezzo tra due estremi: il modello postmoderno di distacco e quello del romanzo tradizionale del XIX secolo […] un modo per provare che i romanzi possono essere ancora vivi e moderni». Perché alla domanda Perché scrivere romanzi?, un saggio compreso in un raccolta uscita un paio d’anni dopo (Come stare soli), lamentava che nel diciannovesimo secolo Dickens, Darwin e Disraeli si leggevano uno con l’altro e il romanzo era il più importante mezzo di istruzione sociale; oggi che questo ruolo è stato assorbito completamente dalle moderne tecnologie il romanzo deve osare di più.
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