Trilobiti

I’m going to come back to West Virginia when this is over. There’s something ancient and deeply-rooted in my soul. I like to think that I have left my ghost up one of those hollows, and I’ll never really be able to leave for good until I find it. And I don’t want to look for it, because I might find it and have to leave.

Breece D’J Pancake, in una lettera alla madre

È l’8 febbraio 1994. Su due fogli di carta intestata dell’Hotel Villa Magna a Madrid, Kurt Cobain scrive la sua penultima pagina di diario. È una riflessione sul tempo, sull’importanza che il tempo riveste per coloro che diventano dipendenti da sostanze chimiche, da droghe potenti come l’eroina e la cocaina. Cobain porta ad esempio il cinema. «Nei film i registi provano a ritrarre scene di vita vissuta. I momenti più interessanti all’interno dell’arco temporale dei personaggi sono poi selezionati entro una certa durata. Il tempo è molto più lungo rispetto a quello che un film può mostrare e che uno spettatore sopporterà. Insomma, noi non ci rendiamo conto del ruolo gigantesco che ha il tempo nel condurci attraverso gli avvenimenti». L’esempio che segue, di un ragazzo che inizia a bucarsi il 1° gennaio e tra stacchi e riprese arriva a natale senza mai sentirsi  davvero tossicodipendente, dura appena una pagina, ma in un anno di consumo occasionale di eroina, commenta Cobain, quella persona ha passato più giorni fatto che non. Che lo si voglia ammettere o no, conclude, l’uso della droga è una fuga. Una fuga dal tempo. Quel tempo che nessuno spettatore sopporterebbe di vedere rappresentato nella sua interezza, perché la visione sarebbe insostenibile. E di lì a due mesi, infatti, non sarà più sostenuta.
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