Contro Il profeta

Ieri sera, anziché continuare a farmi il sangue amaro coltivando vane speranze elettorali, sono andato al cinema. Ho visto Il profeta, un film del quale hanno parlato bene in molti.

E devo dire che chi trova sia un bel film non ha tutti i torti. La qualità registica è notevole. Belle immagini, belle inquadrature, magnifica fotografia, un montaggio misurato ed efficace, scelte musicali quasi sempre appropriate. Il film è lungo. Ma forse un romanzo di de-formazione come questo richiede qualche minuto in più di montato rispetto alla norma.

Insomma, tutto bene?

Direi di no.
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Il profeta

Malik ha appena 19 anni quando entra nel cercere centrale di Brécourt. Di lui sappiamo poco: è arabo, non ha genitori o amici che possano mandargli dei soldi, è semianalfabeta, porta adosso le cicatrici di una vita violenta. La camera esce letteralmente dal buio in cui è avvolto il suo passato per restituircelo in un mondo di celle luride e buie, come a sottolineare la sostanziale continuità tra prima e dopo, dentro e fuori. Durante l’ora d’aria viene pestato da due “fratelli” che gli rubano le scarpe. È un tipo schivo, il che ne fa una preda facile per i mafiosi còrsi che controllano i secondini e che lo mettono di fronte a una scelta crudele: o accetta di uccidere un arabo implicato in un certo processo o loro uccideranno lui…

Il profeta, il film di Jacques Audiard vincitore del Grand Prix all’ultimo Festival di Cannes, è al tempo stesso prison drama, romanzo di formazione criminale, noir, documentario sociologico. Nessun genere lo risolve davvero perché l’intenzione dichiarata è quella di azzerare le distanze tra prigione e società non meno di quelle tra i generi. Malik non indugia nemmeno un minuto a sogni di fuga. Non è il Frank Morris di Fuga da Alcatraz e nemmeno l’Alex Hammond, intelligente ma autodistruttivo protagonista di Little boy blue. In carcere, Malik impara, impara a uccidere e a leggere, conosce l’arabo e il francese e impara persino la lingua dei còrsi che gli otterrà la fiducia utile a spodestarli. Lo sguardo di Audiard, prima mosso, minimale, intimista, man mano che Malik procede nella sua darwiniana evoluzione si fa sempre più luminoso, fermo, distaccato. La storia si dipana per due ore e mezza senza un vero punto morto. La violenza, a tratti efferata, non è mai gratuita.

Più degli stereotipi del film di genere, Il profeta ha la durezza del trattato antropologico, appena addolcito da una sottile vena di misticismo. Ma si farebbe un torto al film considerare tale vena surrealista nei termini di un semplice contrappunto onirico. ‘Profeta’ Malik lo è perché parla coi propri fantasmi e da loro ottiene, insieme alla profezia, un naturale distacco dalle proprie colpe. È il distacco naturale dei bambini. Lo stesso distacco per cui, nel nostro giudizio, la storia dell’ascesa di un gangster spietato può sembrare quella di un uomo umile che si prende semplicemente ciò che gli spetta.

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