Prime reazioni

Ecco, reduce da Avatar, con la testa pesante e i fosfeni negli occhi, ho avuto voglia di andare alla finestra e gettarmi sul 5 che passa giusto qui sotto, e infilare la sua antenna nel più sacro dei miei buchi, e guidarlo verso la luce…

Avatar, ovvero la coscienza dell'americano

AvatarQuasi quindici anni per realizzarlo, ma direi non più di cinque minuti per scriverlo. Vedi alla voce “come produrre una sceneggiatura di successo in dieci rapide mosse”. Non mi stupirei se vincesse l’Oscar come miglior film.
Certo, uno sforzo immane, sia dal punto di vista economico che tecnologico. E alla fine è venuto fuori il remake di Balla coi lupi.

Ciecamente definito “Un film capitale” (Ferzetti), “Molto, molto bello: e intelligente, divertente, commovente” (Tornabuoni), “Innovativo, globale, epocale” (Mastrantonio), “Straordinario esempio di tecnologia applicata alle emozioni” (Crespi). Ma la migliore è questa: “Cameron si conferma re del mondo” (Honeycutt – Hollywood Reporter).
La peggiore, invece, è la recensione di George Monbiot1, persona altrimenti acuta. Sotto il titolo The Holocaust we will not see, fa tutto un panegirico sui motivi per cui alla destra americana non piace Avatar (ho controllato: neanche a quella italiana; certe cose sono proprio ridicole), e quindi la sinistra deve difenderlo. Partendo da Colombo, una rapida rassegna di atrocità imperialistiche che potrebbe raggiungere (ma non lo fa) l’Iraq, dovrebbe convincerci che Avatar è un film politico: perché di questo si parla chiaramente, e questo sembra essere il vero nocciolo della faccenda: la critica all’imperialismo americano.

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