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	<title>Commenti per wirwer</title>
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		<title>Commenti su Un attore mediocre di Beppe Leonetti</title>
		<link>http://www.wirwer.it/2010/04/un-attore-mediocre/comment-page-1/#comment-373</link>
		<dc:creator>Beppe Leonetti</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Jun 2010 09:21:19 +0000</pubDate>
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		<description>Segnalo un &lt;a href=&quot;http://www.minimaetmoralia.it/?p=2527&quot; target=&quot;_blank&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;post di Alessandro Dal Lago&lt;/a&gt;.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Segnalo un <a href="http://www.minimaetmoralia.it/?p=2527" target="_blank" rel="nofollow">post di Alessandro Dal Lago</a>.</p>
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		<title>Commenti su La strada dell&#8217;uomo verticale di Denis Smaniotto</title>
		<link>http://www.wirwer.it/2010/05/la-strada-delluomo-verticale/comment-page-1/#comment-368</link>
		<dc:creator>Denis Smaniotto</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Jun 2010 15:08:33 +0000</pubDate>
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		<description>Sì, in effetti l&#039;esternazione di Tommaso Pincio che riporti (e che è ripresa pari pari da un commento lasciato dallo stesso Pincio alle sue risposte alle 10 domande, in Nazione Indiana, &lt;a href=&quot;http://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-responsabilita-dellautore-tommaso-pincio/&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt; qui &lt;/a&gt;) è quella che ha fatto partire tutto il ragionamento, però mancava un&#039;argomentazione. Allora, da grande estimatore di &lt;em&gt; La strada &lt;/em&gt;, ho provato a sostenere il contrario, anche se usando toni meno perentori. Personalmente, trovo comunque che questo libro di Longo venga esageratamente osannato.
Non sapevo di un nuovo libro di Vasta...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Sì, in effetti l&#8217;esternazione di Tommaso Pincio che riporti (e che è ripresa pari pari da un commento lasciato dallo stesso Pincio alle sue risposte alle 10 domande, in Nazione Indiana, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-responsabilita-dellautore-tommaso-pincio/" rel="nofollow"> qui </a>) è quella che ha fatto partire tutto il ragionamento, però mancava un&#8217;argomentazione. Allora, da grande estimatore di <em> La strada </em>, ho provato a sostenere il contrario, anche se usando toni meno perentori. Personalmente, trovo comunque che questo libro di Longo venga esageratamente osannato.<br />
Non sapevo di un nuovo libro di Vasta&#8230;</p>
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		<title>Commenti su La strada dell&#8217;uomo verticale di Beppe Leonetti</title>
		<link>http://www.wirwer.it/2010/05/la-strada-delluomo-verticale/comment-page-1/#comment-366</link>
		<dc:creator>Beppe Leonetti</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Jun 2010 13:24:02 +0000</pubDate>
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		<description>Ah, ma non ho ancora visto il film! (anche se non credo lo farò)

Ho trovato anche un &lt;a href=&quot;http://twitter.com/TommasoPincio/status/10978255338&quot; target=&quot;_blank&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;vecchio tweet di Tommaso Pincio&lt;/a&gt;. A questo punto sono accerchiato!

In realtà non ho avuto una cattiva impressione, da ciò che hai scritto. Non vorrei parlare di quello che non conosco (lo faccio già troppo spesso), ma il discorso morale (&quot;occorre vincere sul piano morale e per farlo è necessario sfoderare l’arma del sacrificio&quot;, scrivi tu) mi sembra una potenzialmente condivisibile metafora del presente. E credo sia un po&#039; il discorso alla base dell&#039;ultimo libro di Vasta, &lt;i&gt;Spaesamento&lt;/i&gt;.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ah, ma non ho ancora visto il film! (anche se non credo lo farò)</p>
<p>Ho trovato anche un <a href="http://twitter.com/TommasoPincio/status/10978255338" target="_blank" rel="nofollow">vecchio tweet di Tommaso Pincio</a>. A questo punto sono accerchiato!</p>
<p>In realtà non ho avuto una cattiva impressione, da ciò che hai scritto. Non vorrei parlare di quello che non conosco (lo faccio già troppo spesso), ma il discorso morale (&#8220;occorre vincere sul piano morale e per farlo è necessario sfoderare l’arma del sacrificio&#8221;, scrivi tu) mi sembra una potenzialmente condivisibile metafora del presente. E credo sia un po&#8217; il discorso alla base dell&#8217;ultimo libro di Vasta, <i>Spaesamento</i>.</p>
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		<title>Commenti su La strada dell&#8217;uomo verticale di Denis Smaniotto</title>
		<link>http://www.wirwer.it/2010/05/la-strada-delluomo-verticale/comment-page-1/#comment-365</link>
		<dc:creator>Denis Smaniotto</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Jun 2010 12:49:47 +0000</pubDate>
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		<description>Grazie Beppe, in realtà io punterei più su &lt;em&gt;La strada&lt;i&gt;, ma suppongo che tu l&#039;abbia già letto...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie Beppe, in realtà io punterei più su <em>La strada<i>, ma suppongo che tu l&#8217;abbia già letto&#8230;</i></em></p>
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		<title>Commenti su La strada dell&#8217;uomo verticale di Beppe Leonetti</title>
		<link>http://www.wirwer.it/2010/05/la-strada-delluomo-verticale/comment-page-1/#comment-364</link>
		<dc:creator>Beppe Leonetti</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Jun 2010 12:04:08 +0000</pubDate>
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		<description>Mi spiace ammettere che non conoscevo Davide Longo, ma il bel tuo post - e l&#039;estratto pubblicato sul sito :-) - mi hanno fatto venire voglia di rimediare al più presto.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Mi spiace ammettere che non conoscevo Davide Longo, ma il bel tuo post &#8211; e l&#8217;estratto pubblicato sul sito :-) &#8211; mi hanno fatto venire voglia di rimediare al più presto.</p>
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		<title>Commenti su La strada dell&#8217;uomo verticale di admin</title>
		<link>http://www.wirwer.it/2010/05/la-strada-delluomo-verticale/comment-page-1/#comment-362</link>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 May 2010 22:20:26 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.wirwer.it/?p=630#comment-362</guid>
		<description>Tutto ciò  è perlomeno singolare: mi è arrivata la notifica di questo articolo nell&#039;esatto istante in cui finivo di mettere on line il sito di Davide, che mi aveva da poco commissionato: http://www.davidelongo.com
 
Ad ogni modo qui c&#039;è anche un breve estratto del libro, se può interessare: http://www.davidelongo.com/luomo-verticale

Buona lettura, lo consiglio, è sicuramente un autore che merita di essere letto, anche solo per l&#039;eco che sta generando.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Tutto ciò  è perlomeno singolare: mi è arrivata la notifica di questo articolo nell&#8217;esatto istante in cui finivo di mettere on line il sito di Davide, che mi aveva da poco commissionato: <a href="http://www.davidelongo.com" rel="nofollow">http://www.davidelongo.com</a></p>
<p>Ad ogni modo qui c&#8217;è anche un breve estratto del libro, se può interessare: <a href="http://www.davidelongo.com/luomo-verticale" rel="nofollow">http://www.davidelongo.com/luomo-verticale</a></p>
<p>Buona lettura, lo consiglio, è sicuramente un autore che merita di essere letto, anche solo per l&#8217;eco che sta generando.</p>
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	<item>
		<title>Commenti su La Città del Sole di Nicolai Lilin di Beppe Leonetti</title>
		<link>http://www.wirwer.it/2010/05/la-citta-del-sole-di-nicolai-lilin/comment-page-1/#comment-354</link>
		<dc:creator>Beppe Leonetti</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 May 2010 17:09:49 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.wirwer.it/?p=582#comment-354</guid>
		<description>Il problema è in effetti forse soltanto mio: a me non è piaciuto &lt;i&gt;La classe - Entre les murs&lt;/i&gt; di Cantet proprio perché non ho capito il gioco tra documentario e fiction. Lì, però, eravamo in presenza di un oggetto particolare: un film semi-documentaristico, basato su un racconto semi-autobiografico. Nessuno mi ha mai detto &quot;è tutto vero&quot; (e sì che avrebbero potuto: il regista nonché attore è anche l&#039;autore della storia, e quindi il vero protagonista della vicenda), ma &quot;potrebbe essere vero&quot;. (Stessa cosa - per restare al cinema - con &lt;i&gt;Guida per riconoscere i tuoi santi&lt;/i&gt;, di Dito Montiel: anche questo, diretto dalla stessa persona che ha scritto il libro, basato sulla propria autobiografia.) Ma si tratta della realtà piegata al servizio della finzione. 
Cortellessa, in quell&#039;articolo che citi, parla di reportage: &quot;Se &quot;qui&quot; non succede niente, allo scrittore un mandato sociale resta, in effetti: quello di trasformarsi in un bracconiere di atrocità, collezionista di disagi, sommelier di efferatezze.&quot; E fin qui siamo d&#039;accordo: appunto, &lt;i&gt;A sangue freddo&lt;/i&gt; è l&#039;esempio giusto.
Faccio più fatica ad accettare, invece, una mossa commerciale (perché di questo si tratta, non ci vedo nulla di artistico) come quella di Lilin. Una &lt;i&gt;tattica di depistaggio&lt;/i&gt; che straborda dal romanzo, e arriva sui giornali, sui siti internet e in televisione, per me è uno scherzo mediatico, bello e divertente se poi viene svelato, come succedeva alle azioni per cui il collettivo Luther Blissett è diventato famoso negli anni &#039;90. O, se vogliamo restare al passo coi tempi, si tratta di marketing virale. Non riguarda la letteratura. 
Se invece, come dici tu, siamo di fronte alla tipica emorragia, emblematica dei nostri tempi, bè, c&#039;è qualcosa che non funziona. 
Quando Alex Haley pubblicò &lt;i&gt;Radici&lt;/i&gt;, la storia fu presentata come un resoconto autentico della famiglia dell&#039;autore, il quale guadagnò anche un Pulitzer. Kunta Kinte commosse milioni di lettori (e spettatori). Poi, venne fuori che forse erano tutte balle. Non ritirarono il Pulitzer ad Haley, i lettori non gli gettarono in faccia le copie del libro. Però immagino si sentirono traditi. 
Ciò che intendo dire è che se il famoso contratto che, all&#039;inizio del libro, uno scrittore stipula con il lettore viene violato (fosse anche per questioni legate al tempo in cui viviamo), se quindi non c&#039;è più nulla di vero e di inventato, crolla la funzione della letteratura, della lettura - e anche dell&#039;informazione. Un conto è mostrare quanto questi sistemi siano oggi vulnerabili. Altro è sfruttare la loro vulnerabilità per il proprio tornaconto.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il problema è in effetti forse soltanto mio: a me non è piaciuto <i>La classe &#8211; Entre les murs</i> di Cantet proprio perché non ho capito il gioco tra documentario e fiction. Lì, però, eravamo in presenza di un oggetto particolare: un film semi-documentaristico, basato su un racconto semi-autobiografico. Nessuno mi ha mai detto &#8220;è tutto vero&#8221; (e sì che avrebbero potuto: il regista nonché attore è anche l&#8217;autore della storia, e quindi il vero protagonista della vicenda), ma &#8220;potrebbe essere vero&#8221;. (Stessa cosa &#8211; per restare al cinema &#8211; con <i>Guida per riconoscere i tuoi santi</i>, di Dito Montiel: anche questo, diretto dalla stessa persona che ha scritto il libro, basato sulla propria autobiografia.) Ma si tratta della realtà piegata al servizio della finzione.<br />
Cortellessa, in quell&#8217;articolo che citi, parla di reportage: &#8220;Se &#8220;qui&#8221; non succede niente, allo scrittore un mandato sociale resta, in effetti: quello di trasformarsi in un bracconiere di atrocità, collezionista di disagi, sommelier di efferatezze.&#8221; E fin qui siamo d&#8217;accordo: appunto, <i>A sangue freddo</i> è l&#8217;esempio giusto.<br />
Faccio più fatica ad accettare, invece, una mossa commerciale (perché di questo si tratta, non ci vedo nulla di artistico) come quella di Lilin. Una <i>tattica di depistaggio</i> che straborda dal romanzo, e arriva sui giornali, sui siti internet e in televisione, per me è uno scherzo mediatico, bello e divertente se poi viene svelato, come succedeva alle azioni per cui il collettivo Luther Blissett è diventato famoso negli anni &#8217;90. O, se vogliamo restare al passo coi tempi, si tratta di marketing virale. Non riguarda la letteratura.<br />
Se invece, come dici tu, siamo di fronte alla tipica emorragia, emblematica dei nostri tempi, bè, c&#8217;è qualcosa che non funziona.<br />
Quando Alex Haley pubblicò <i>Radici</i>, la storia fu presentata come un resoconto autentico della famiglia dell&#8217;autore, il quale guadagnò anche un Pulitzer. Kunta Kinte commosse milioni di lettori (e spettatori). Poi, venne fuori che forse erano tutte balle. Non ritirarono il Pulitzer ad Haley, i lettori non gli gettarono in faccia le copie del libro. Però immagino si sentirono traditi.<br />
Ciò che intendo dire è che se il famoso contratto che, all&#8217;inizio del libro, uno scrittore stipula con il lettore viene violato (fosse anche per questioni legate al tempo in cui viviamo), se quindi non c&#8217;è più nulla di vero e di inventato, crolla la funzione della letteratura, della lettura &#8211; e anche dell&#8217;informazione. Un conto è mostrare quanto questi sistemi siano oggi vulnerabili. Altro è sfruttare la loro vulnerabilità per il proprio tornaconto.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su La Città del Sole di Nicolai Lilin di Matteo Boero</title>
		<link>http://www.wirwer.it/2010/05/la-citta-del-sole-di-nicolai-lilin/comment-page-1/#comment-353</link>
		<dc:creator>Matteo Boero</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 May 2010 13:59:03 +0000</pubDate>
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		<description>Il genere, appunto. Ma forse non ci siamo capiti. Auster e Safran Foer, da quel poco che li conosco (non ho letto per esempio l&#039;ultima fatica di quest&#039;ultimo, che da quello che intuisco vira decisamente al saggio), sono romanzieri a tutto tondo. Ed fin troppo ovvio, come diceva il buon Foster Wallace, che non si conosce autore, anche il più sperimentale, che in cuor suo non vorrebbe essere un realista, cioè in sostanza preso sul serio. Dici bene che è un retaggio ottocentesco, anche se questo (questo tipo di auto-finzione ritornata in auge e mai veramente assopita, intendo) ignora bellamente tutto il soggettivismo modernista, con cui invece dovrebbe fare i conti. Ma il genere di cui parlavo, della non-fiction, è un altro. Saviano appunto, ma non solo, perché prima Saviano l&#039;ibrido tra romanzo e reportage rimonta qui da noi almeno a Parise, e oltre oceano a quel non-romanzo che è A sangue freddo di Capote (lo diceva, forse proprio in quel bel numero dello Specchio “Reale troppo reale”, Andrea Cortellessa). E uno dei corollari di quel genere è proprio creare intorno a sé, e dunque a lato, fuori dal testo, ciò che il testo, contrariamente a quanto faceva il romanzo ottocentesco, non dice: quel che leggi è veramente successo, è tutto vero; e te lo dice una persona in carne ed ossa, mica un libro! Dunque no: una delle caratteristiche del genere di cui stiamo parlando è proprio tenere un equilibrio (o meglio ancora uno squilibrio, ché così se ne parla di più) tra realtà e finzione FUORI DALLE PAGINE DEL LIBRO (vorrei il corsivo ma ancora non ho capito come si fa). E credo che questa sua emorragia sia emblematica di tempi in cui il concetto stesso di marketing e quello di informazione, nel bene e nel male, sono affatto indistinguibili. Fa specie leggere il tuo articolo e poi l&#039;articolo che linki di Saviano. Lui sembra credere a tutto. Ma ripeto, anche se fosse tutto falso il punto starebbe sempre a come si usa la bufala. Welles insegna, come sai meglio di me, che   la buonafede degli ascoltatori serve anche a demistificarne l&#039;immaginario. A &#039;sto punto, se la bufala fosse proprinata senza rimedio, dovremmo tenerci stretto il buon Tarantino.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il genere, appunto. Ma forse non ci siamo capiti. Auster e Safran Foer, da quel poco che li conosco (non ho letto per esempio l&#8217;ultima fatica di quest&#8217;ultimo, che da quello che intuisco vira decisamente al saggio), sono romanzieri a tutto tondo. Ed fin troppo ovvio, come diceva il buon Foster Wallace, che non si conosce autore, anche il più sperimentale, che in cuor suo non vorrebbe essere un realista, cioè in sostanza preso sul serio. Dici bene che è un retaggio ottocentesco, anche se questo (questo tipo di auto-finzione ritornata in auge e mai veramente assopita, intendo) ignora bellamente tutto il soggettivismo modernista, con cui invece dovrebbe fare i conti. Ma il genere di cui parlavo, della non-fiction, è un altro. Saviano appunto, ma non solo, perché prima Saviano l&#8217;ibrido tra romanzo e reportage rimonta qui da noi almeno a Parise, e oltre oceano a quel non-romanzo che è A sangue freddo di Capote (lo diceva, forse proprio in quel bel numero dello Specchio “Reale troppo reale”, Andrea Cortellessa). E uno dei corollari di quel genere è proprio creare intorno a sé, e dunque a lato, fuori dal testo, ciò che il testo, contrariamente a quanto faceva il romanzo ottocentesco, non dice: quel che leggi è veramente successo, è tutto vero; e te lo dice una persona in carne ed ossa, mica un libro! Dunque no: una delle caratteristiche del genere di cui stiamo parlando è proprio tenere un equilibrio (o meglio ancora uno squilibrio, ché così se ne parla di più) tra realtà e finzione FUORI DALLE PAGINE DEL LIBRO (vorrei il corsivo ma ancora non ho capito come si fa). E credo che questa sua emorragia sia emblematica di tempi in cui il concetto stesso di marketing e quello di informazione, nel bene e nel male, sono affatto indistinguibili. Fa specie leggere il tuo articolo e poi l&#8217;articolo che linki di Saviano. Lui sembra credere a tutto. Ma ripeto, anche se fosse tutto falso il punto starebbe sempre a come si usa la bufala. Welles insegna, come sai meglio di me, che   la buonafede degli ascoltatori serve anche a demistificarne l&#8217;immaginario. A &#8216;sto punto, se la bufala fosse proprinata senza rimedio, dovremmo tenerci stretto il buon Tarantino.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su La Città del Sole di Nicolai Lilin di Beppe Leonetti</title>
		<link>http://www.wirwer.it/2010/05/la-citta-del-sole-di-nicolai-lilin/comment-page-1/#comment-352</link>
		<dc:creator>Beppe Leonetti</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 May 2010 12:37:38 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.wirwer.it/?p=582#comment-352</guid>
		<description>Più che di non-fiction, qui si potrebbe parlare di auto-fiction. E quelli che hanno stabilito i confini di questo &lt;i&gt;genere&lt;/i&gt; (mi vengono in mente Paul Auster e Safran Foer, per esempio) hanno sempre giocato sull&#039;ambiguità romanzo/realtà. Potremmo anche dire che si tratta dell&#039;eredità di un certo gusto ottocentesco: il narratore di alcuni racconti dell&#039;orrore è spesso dotato di un&#039;ambigua identità, e ci viene fatto credere che quello che stiamo leggendo possa essere un resoconto di qualcosa a cui l&#039;autore abbia realmente assistito. 
Finora, però, si è giocato. Qui c&#039;è un altro &quot;fenomeno&quot;: l&#039;auto-fiction esce dalle pagine del libro, e ne inonda la copertina, il confine tra la realtà di chi legge e il mondo dello scrittore. È un discorso legato anche al romanzo di Saviano, sul quale si è sempre mantenuta una valutazione sospesa: è veramente autobiografico (oggi si dice di no) o è un esempio di auto-fiction, che mescola realtà e &quot;necessità narrativa&quot;?
Per Lilin, il gioco si è spinto ancora oltre: il suo romanzo viene presentato come realtà assoluta, come testimonianza durissima per la quale l&#039;autore rischia addirittura la pelle. E poi scopriamo essere tutta invenzione. Crediamo a Lilin come crediamo a Tolkien, ma di Tolkien nessuno ci viene a dire che è tutto vero. 
Quindi, per rispondere: sì, è una delle caratteristiche fondamentali dell&#039;auto-fiction il mantenere un equilibrio tra realtà e invenzione, ma la cosa dovrebbe limitarsi alle pagine del libro, da pagina 3 all&#039;indice, e non sbavare oltre. Altrimenti, mi sento preso in giro. Se ho voglia di leggere un romanzo, compro un romanzo, ma se ho voglia di leggere un saggio pretendo di avere in mano un saggio. In entrambi i casi, vorrei fosse scritto bene.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Più che di non-fiction, qui si potrebbe parlare di auto-fiction. E quelli che hanno stabilito i confini di questo <i>genere</i> (mi vengono in mente Paul Auster e Safran Foer, per esempio) hanno sempre giocato sull&#8217;ambiguità romanzo/realtà. Potremmo anche dire che si tratta dell&#8217;eredità di un certo gusto ottocentesco: il narratore di alcuni racconti dell&#8217;orrore è spesso dotato di un&#8217;ambigua identità, e ci viene fatto credere che quello che stiamo leggendo possa essere un resoconto di qualcosa a cui l&#8217;autore abbia realmente assistito.<br />
Finora, però, si è giocato. Qui c&#8217;è un altro &#8220;fenomeno&#8221;: l&#8217;auto-fiction esce dalle pagine del libro, e ne inonda la copertina, il confine tra la realtà di chi legge e il mondo dello scrittore. È un discorso legato anche al romanzo di Saviano, sul quale si è sempre mantenuta una valutazione sospesa: è veramente autobiografico (oggi si dice di no) o è un esempio di auto-fiction, che mescola realtà e &#8220;necessità narrativa&#8221;?<br />
Per Lilin, il gioco si è spinto ancora oltre: il suo romanzo viene presentato come realtà assoluta, come testimonianza durissima per la quale l&#8217;autore rischia addirittura la pelle. E poi scopriamo essere tutta invenzione. Crediamo a Lilin come crediamo a Tolkien, ma di Tolkien nessuno ci viene a dire che è tutto vero.<br />
Quindi, per rispondere: sì, è una delle caratteristiche fondamentali dell&#8217;auto-fiction il mantenere un equilibrio tra realtà e invenzione, ma la cosa dovrebbe limitarsi alle pagine del libro, da pagina 3 all&#8217;indice, e non sbavare oltre. Altrimenti, mi sento preso in giro. Se ho voglia di leggere un romanzo, compro un romanzo, ma se ho voglia di leggere un saggio pretendo di avere in mano un saggio. In entrambi i casi, vorrei fosse scritto bene.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su La Città del Sole di Nicolai Lilin di Matteo Boero</title>
		<link>http://www.wirwer.it/2010/05/la-citta-del-sole-di-nicolai-lilin/comment-page-1/#comment-351</link>
		<dc:creator>Matteo Boero</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 May 2010 11:44:38 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.wirwer.it/?p=582#comment-351</guid>
		<description>Domanda. Non avendo letto il libro, obbligatoriamente “di genere”. Ma non è una delle caratteristiche fondamentali di questo “genere” che ormai è la non-fiction, tenersi a cavaliere tra quella realtà autonoma da romanzo (autonoma perché non rendicontata a nessun principio di realtà) e la sigla, in calce (o meglio a latere, dal momento che in calce farebbe sempre parte della finzione, vedi Manzoni) “è tutto vero”?
Se è così, dovremmo armarci di coraggio e pretendere dal realismo (come categoria critica, s&#039;intende) la sua sola possibilità: quella di essere una formalizzazione, la cui bontà o tenuta si valuta per altra via che non quella della verosimiglianza. È chiaro che la non-fiction punta moltissimo su quest&#039;ambiguità (come son lontani i tempi di Tarantino!); ma è altrettanto chiaro che è figlia dei nostri tempi, che da Tarantino discendono. La lingua, in definitiva, lo “stile” ci rimane, purché non lo si opponga ai contenuti ma lo si valuti nella sua capacità di farne vedere di nuovi. La vecchia e cara “visione”, insomma. Ma da quanto ho capito quest&#039;Educazione non è proprio un&#039;educazione al vedere...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Domanda. Non avendo letto il libro, obbligatoriamente “di genere”. Ma non è una delle caratteristiche fondamentali di questo “genere” che ormai è la non-fiction, tenersi a cavaliere tra quella realtà autonoma da romanzo (autonoma perché non rendicontata a nessun principio di realtà) e la sigla, in calce (o meglio a latere, dal momento che in calce farebbe sempre parte della finzione, vedi Manzoni) “è tutto vero”?<br />
Se è così, dovremmo armarci di coraggio e pretendere dal realismo (come categoria critica, s&#8217;intende) la sua sola possibilità: quella di essere una formalizzazione, la cui bontà o tenuta si valuta per altra via che non quella della verosimiglianza. È chiaro che la non-fiction punta moltissimo su quest&#8217;ambiguità (come son lontani i tempi di Tarantino!); ma è altrettanto chiaro che è figlia dei nostri tempi, che da Tarantino discendono. La lingua, in definitiva, lo “stile” ci rimane, purché non lo si opponga ai contenuti ma lo si valuti nella sua capacità di farne vedere di nuovi. La vecchia e cara “visione”, insomma. Ma da quanto ho capito quest&#8217;Educazione non è proprio un&#8217;educazione al vedere&#8230;</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Invictus: se Clint/Madiba ci insegna la buona politica di Beppe Leonetti</title>
		<link>http://www.wirwer.it/2010/04/invictus-se-clintmadiba-ci-insegna-la-buona-politica/comment-page-1/#comment-270</link>
		<dc:creator>Beppe Leonetti</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Apr 2010 18:22:10 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.wirwer.it/?p=454#comment-270</guid>
		<description>Sono stato poco preciso nel mio intervento, e me ne scuso.
Quello che apprezzo nel tuo articolo è proprio l&#039;aver posto l&#039;accento sulla politica come &lt;i&gt;vita activa&lt;/i&gt;: oggi, in un periodaccio durante il quale, soprattutto nel nostro paese, la politica è letta come una cosa da subire, o al massimo da guardare di sfuggita. Ecco, oggi i memento della Arendt andrebbero ripetuti quotidianamente, e sulla questione mi fermo qui perché penso che siamo d&#039;accordo. 
Meno d&#039;accordo lo siamo sulla questione destra/sinistra. Sarò un vetero*, ma ritengo l&#039;assenza di idee il male della nostra epoca (grazie!): con idee intendo quelle cose che alcuni chiamano ideologie, e non le idee come programmi di un partito. La politica italiana sta tendendo a quella anglosassone, dove non esiste altro che un unico partito diviso in due fazioni. Chi dice la cosa più intelligente, vince. In Inghilterra, dove Brown ha appena annunciato la data delle elezioni, si vende il libro &quot;British politics for dummies&quot;: per orientarsi e decidere cosa votare. Ecco, questo a me fa paura. Mi fa paura Bersani, quando dice &quot;Oggi non si vota un partito, un&#039;idea, ma si vota un programma&quot;. Questo tipo di politica, che si può espletare con il voto o la partecipazione all&#039;interno di  microrealtà, è un tipo di politica mafioso, secondo me: ottengo ciò che voglio, allora funziona, altrimenti volto la mia testa da un&#039;altra parte.
Il tipo di politica che intendi tu, e che forse è il punto più alto del concetto di politica, non poteva funzionare in una democrazia rappresentativa come lo era la nostra quando c&#039;era la democrazia. Nè può funzionare in un mondo in cui le realtà non sono più i quartieri o i paesi, ma i continenti (Non credo alle realtà comunitarie: queste sono anacronistiche, altro che le ideologie). Nè può funzionare in un momento come il nostro, in cui il significato della parola &lt;i&gt;democrazia&lt;/i&gt; è cambiato. 

Concludo questo mio noioso intervento con Clint. Ogni volta che quello fa un film (e ne fa uno all&#039;anno), io perdo un amico. E pazienza. 
Ciò che intendo dire è che di sicuro si è rimbambito meno di altri, in vecchiaia. Perché un certo pubblico (se non piace la sinistra parola &lt;i&gt;sinistra&lt;/i&gt;) lo ha ignorato quando interpretava il fascismo giustiziero anni &#039;70, giudicato un argomento poco &#039;consono&#039;. E così, quello nel frattempo è cresciuto, è invecchiato e si è potuto permettere di fare riflessioni sull&#039;eutanasia (tabù da noi, anche a sinistra), sul razzismo e l&#039;immigrazione (questione ancora non chiarita, da noi, anche a sinistra), sull&#039;integrazione (questione ancora non chiarita, da noi, anche a sinistra). E mentre noi siamo rimasti a menarcela con le riflessioni sul rapporto padre-figlio, sulla commedia e sul comune senso del pudore, ci troviamo ad aver perduto un&#039;intera fetta di riflessioni che, se fossimo stati meno snob, avremmo fatto nostre. Tutto ciò è indubbio, è indubbio che il gusto cinematografico (artistico in genere), soprattutto negli anni &#039;70 e &#039;80, è stato (è ancora) un gusto &#039;politico&#039; o dettato dalla politica, che escludeva certi argomenti poco apprezzati dai più. Tali argomenti (come dicevo sopra: violenza ecc) dovrebbero essere ripresi e affrontati.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Sono stato poco preciso nel mio intervento, e me ne scuso.<br />
Quello che apprezzo nel tuo articolo è proprio l&#8217;aver posto l&#8217;accento sulla politica come <i>vita activa</i>: oggi, in un periodaccio durante il quale, soprattutto nel nostro paese, la politica è letta come una cosa da subire, o al massimo da guardare di sfuggita. Ecco, oggi i memento della Arendt andrebbero ripetuti quotidianamente, e sulla questione mi fermo qui perché penso che siamo d&#8217;accordo.<br />
Meno d&#8217;accordo lo siamo sulla questione destra/sinistra. Sarò un vetero*, ma ritengo l&#8217;assenza di idee il male della nostra epoca (grazie!): con idee intendo quelle cose che alcuni chiamano ideologie, e non le idee come programmi di un partito. La politica italiana sta tendendo a quella anglosassone, dove non esiste altro che un unico partito diviso in due fazioni. Chi dice la cosa più intelligente, vince. In Inghilterra, dove Brown ha appena annunciato la data delle elezioni, si vende il libro &#8220;British politics for dummies&#8221;: per orientarsi e decidere cosa votare. Ecco, questo a me fa paura. Mi fa paura Bersani, quando dice &#8220;Oggi non si vota un partito, un&#8217;idea, ma si vota un programma&#8221;. Questo tipo di politica, che si può espletare con il voto o la partecipazione all&#8217;interno di  microrealtà, è un tipo di politica mafioso, secondo me: ottengo ciò che voglio, allora funziona, altrimenti volto la mia testa da un&#8217;altra parte.<br />
Il tipo di politica che intendi tu, e che forse è il punto più alto del concetto di politica, non poteva funzionare in una democrazia rappresentativa come lo era la nostra quando c&#8217;era la democrazia. Nè può funzionare in un mondo in cui le realtà non sono più i quartieri o i paesi, ma i continenti (Non credo alle realtà comunitarie: queste sono anacronistiche, altro che le ideologie). Nè può funzionare in un momento come il nostro, in cui il significato della parola <i>democrazia</i> è cambiato. </p>
<p>Concludo questo mio noioso intervento con Clint. Ogni volta che quello fa un film (e ne fa uno all&#8217;anno), io perdo un amico. E pazienza.<br />
Ciò che intendo dire è che di sicuro si è rimbambito meno di altri, in vecchiaia. Perché un certo pubblico (se non piace la sinistra parola <i>sinistra</i>) lo ha ignorato quando interpretava il fascismo giustiziero anni &#8217;70, giudicato un argomento poco &#8216;consono&#8217;. E così, quello nel frattempo è cresciuto, è invecchiato e si è potuto permettere di fare riflessioni sull&#8217;eutanasia (tabù da noi, anche a sinistra), sul razzismo e l&#8217;immigrazione (questione ancora non chiarita, da noi, anche a sinistra), sull&#8217;integrazione (questione ancora non chiarita, da noi, anche a sinistra). E mentre noi siamo rimasti a menarcela con le riflessioni sul rapporto padre-figlio, sulla commedia e sul comune senso del pudore, ci troviamo ad aver perduto un&#8217;intera fetta di riflessioni che, se fossimo stati meno snob, avremmo fatto nostre. Tutto ciò è indubbio, è indubbio che il gusto cinematografico (artistico in genere), soprattutto negli anni &#8217;70 e &#8217;80, è stato (è ancora) un gusto &#8216;politico&#8217; o dettato dalla politica, che escludeva certi argomenti poco apprezzati dai più. Tali argomenti (come dicevo sopra: violenza ecc) dovrebbero essere ripresi e affrontati.</p>
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		<title>Commenti su Invictus: se Clint/Madiba ci insegna la buona politica di Marco Deodati</title>
		<link>http://www.wirwer.it/2010/04/invictus-se-clintmadiba-ci-insegna-la-buona-politica/comment-page-1/#comment-269</link>
		<dc:creator>Marco Deodati</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Apr 2010 16:24:41 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.wirwer.it/?p=454#comment-269</guid>
		<description>Un grazie di cuore per i complimenti. Fa piacere che queste riflessioni abbiano incontrato il vostro interesse.
Vedo che il buon vecchio Clint divide ancora, ed è un bene. 
@ Beppe: ho scelto di parlare di questo film per quello che, mi sembra, ci mostra con una certa forza, cioè l&#039;anima originaria della politica, quella &quot;buona&quot;, che precede, come tale, le distinzioni ideologiche. La politica non è primariamente ideologia, ma azione comune, questo l&#039;assunto generale, che non si riferiva alla sinistra più che alla destra. La chiosa finale era sullo sfascio italiano, non faceva riferimento ai mali della sinistra. Non mi interessa mettere quest&#039;ultima sul lettino di Freud e compagnia bella, non mi entusiasmano queste spiegazioni psicanalitiche, lo confesso. Mi interessa invece capire le ragioni profonde di questa deriva e cosa opporle. Ecco, opporle il solito refrain, molto italiano, su destra/sinistra non mi sembra la cosa più efficace del mondo.
Proprio per l&#039;usura di queste categorie ormai logore, che fungono spesso da vere e proprie maschere in senso nietzscheano, vorrei anche limitare il più possibile l&#039;utilizzo di certi termini. Permettimi perciò di dissentire totalmente dal giudizio secondo cui Eastwood è un &quot;vecchio fascista&quot;. E&#039; probabilmente un &quot;conservatore&quot;, certo un uomo all&#039;antica, ma al contempo uno che non ha paura di fare i conti con i problemi del proprio mondo (eutanasia, razzismo, ecc.) in modo più autentico di molti altri cineasti, letterati, filosofi, intellettuali, di destra e di sinistra, del nord e del sud, di centro o di periferia. Ciò che viene apprezzato, dei suoi ultimi film, non mi sembra essere il pragmatismo, il decisionismo o il machismo, bensì -lo ripeto - la straordinaria sensibilità e il rigore morale con cui riesce a cogliere la complessità delle vicende che mette in scena. Inoltre, la scelta di filmare una storia con protagonista Nelson Mandela, primo presidente nero del Sud Africa, amico di Gheddafi e Castro, chiamato dai suoi collaboratori &quot;compagno Madiba&quot;, non mi sembra un&#039;iniziativa criptofascista. Credo invece che il buon vecchio Clint, fondamentalmente estraneo agli scontri ideologici europei, stia godendo di quella saggezza, tipica di molti vecchi, fatta di buon senso, umanità e una certa vena dolente. Che poi non piaccia come regista, che non piacciano i suoi film, come detto, è una questione sulla quale non credo di poter dire nulla.
Mi scuso per la prolissità della replica, non volevo scrivere un post del post. 
Grazie per la pazienza</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Un grazie di cuore per i complimenti. Fa piacere che queste riflessioni abbiano incontrato il vostro interesse.<br />
Vedo che il buon vecchio Clint divide ancora, ed è un bene.<br />
@ Beppe: ho scelto di parlare di questo film per quello che, mi sembra, ci mostra con una certa forza, cioè l&#8217;anima originaria della politica, quella &#8220;buona&#8221;, che precede, come tale, le distinzioni ideologiche. La politica non è primariamente ideologia, ma azione comune, questo l&#8217;assunto generale, che non si riferiva alla sinistra più che alla destra. La chiosa finale era sullo sfascio italiano, non faceva riferimento ai mali della sinistra. Non mi interessa mettere quest&#8217;ultima sul lettino di Freud e compagnia bella, non mi entusiasmano queste spiegazioni psicanalitiche, lo confesso. Mi interessa invece capire le ragioni profonde di questa deriva e cosa opporle. Ecco, opporle il solito refrain, molto italiano, su destra/sinistra non mi sembra la cosa più efficace del mondo.<br />
Proprio per l&#8217;usura di queste categorie ormai logore, che fungono spesso da vere e proprie maschere in senso nietzscheano, vorrei anche limitare il più possibile l&#8217;utilizzo di certi termini. Permettimi perciò di dissentire totalmente dal giudizio secondo cui Eastwood è un &#8220;vecchio fascista&#8221;. E&#8217; probabilmente un &#8220;conservatore&#8221;, certo un uomo all&#8217;antica, ma al contempo uno che non ha paura di fare i conti con i problemi del proprio mondo (eutanasia, razzismo, ecc.) in modo più autentico di molti altri cineasti, letterati, filosofi, intellettuali, di destra e di sinistra, del nord e del sud, di centro o di periferia. Ciò che viene apprezzato, dei suoi ultimi film, non mi sembra essere il pragmatismo, il decisionismo o il machismo, bensì -lo ripeto &#8211; la straordinaria sensibilità e il rigore morale con cui riesce a cogliere la complessità delle vicende che mette in scena. Inoltre, la scelta di filmare una storia con protagonista Nelson Mandela, primo presidente nero del Sud Africa, amico di Gheddafi e Castro, chiamato dai suoi collaboratori &#8220;compagno Madiba&#8221;, non mi sembra un&#8217;iniziativa criptofascista. Credo invece che il buon vecchio Clint, fondamentalmente estraneo agli scontri ideologici europei, stia godendo di quella saggezza, tipica di molti vecchi, fatta di buon senso, umanità e una certa vena dolente. Che poi non piaccia come regista, che non piacciano i suoi film, come detto, è una questione sulla quale non credo di poter dire nulla.<br />
Mi scuso per la prolissità della replica, non volevo scrivere un post del post.<br />
Grazie per la pazienza</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Invictus: se Clint/Madiba ci insegna la buona politica di Beppe Leonetti</title>
		<link>http://www.wirwer.it/2010/04/invictus-se-clintmadiba-ci-insegna-la-buona-politica/comment-page-1/#comment-267</link>
		<dc:creator>Beppe Leonetti</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Apr 2010 09:00:54 +0000</pubDate>
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		<description>&lt;DIV align=&quot;justify&quot;&gt;
Post molto bello, complimenti. 
Penso però che Eastwood sia la dimostrazione vivente che la sinistra, tutta, ha completamente sbagliato atteggiamento, negli ultimi quarant&#039;anni. E ora si trova con un disperato bisogno di machismo, di pene (nel senso proprio dell&#039;organo maschile), ma al suo interno non ha punti di riferimento. 
La passione per Eastwood (che io personalmente non amo) da parte di certa sinistra, è una sorta di bonaria invidia del pene. Noi vorremmo essere come lui, duri, concreti, pragmatici, tosti. Ma sono quarant&#039;anni che facciamo solo discorsi pacifisti, antimilitaristi, antiproibizionisti, vegetariani, vegani, d&#039;amore fraterno e fiori nei cannoni, e ora non ce n&#039;è uno tra noi che non sia un mollaccione. Abbiamo abbandonato l&#039;esercito, abbiamo estromesso dal nostro pensiero la critica della violenza, della guerra, della forza, delegandole alla destra. E ora la destra ce li restituisce, avendo fatto progressi incredibili (come illustra &lt;a href=&quot;http://www.wirwer.it/2010/03/che-poi-invecchiando-un-po%E2%80%99-fascisti-lo-si-diventa-tutti-o-no/&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;il post di Gianfranco&lt;/a&gt;), e lasciandoci ovviamente ammutoliti e ammirati. 
Invece di osannare un vecchio fascista di ottant&#039;anni, dovremmo produrlo noi un giovane &#039;fascista&#039; di sinistra (un nazicomunista, come viene definito Žižek da certa stampa pop), o almeno iniziare una critica seria della violenza e della forza.
&lt;/DIV&gt;</description>
		<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">
Post molto bello, complimenti.<br />
Penso però che Eastwood sia la dimostrazione vivente che la sinistra, tutta, ha completamente sbagliato atteggiamento, negli ultimi quarant&#8217;anni. E ora si trova con un disperato bisogno di machismo, di pene (nel senso proprio dell&#8217;organo maschile), ma al suo interno non ha punti di riferimento.<br />
La passione per Eastwood (che io personalmente non amo) da parte di certa sinistra, è una sorta di bonaria invidia del pene. Noi vorremmo essere come lui, duri, concreti, pragmatici, tosti. Ma sono quarant&#8217;anni che facciamo solo discorsi pacifisti, antimilitaristi, antiproibizionisti, vegetariani, vegani, d&#8217;amore fraterno e fiori nei cannoni, e ora non ce n&#8217;è uno tra noi che non sia un mollaccione. Abbiamo abbandonato l&#8217;esercito, abbiamo estromesso dal nostro pensiero la critica della violenza, della guerra, della forza, delegandole alla destra. E ora la destra ce li restituisce, avendo fatto progressi incredibili (come illustra <a href="http://www.wirwer.it/2010/03/che-poi-invecchiando-un-po%E2%80%99-fascisti-lo-si-diventa-tutti-o-no/" rel="nofollow">il post di Gianfranco</a>), e lasciandoci ovviamente ammutoliti e ammirati.<br />
Invece di osannare un vecchio fascista di ottant&#8217;anni, dovremmo produrlo noi un giovane &#8216;fascista&#8217; di sinistra (un nazicomunista, come viene definito Žižek da certa stampa pop), o almeno iniziare una critica seria della violenza e della forza.
</div>
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	<item>
		<title>Commenti su Invictus: se Clint/Madiba ci insegna la buona politica di gianfranco</title>
		<link>http://www.wirwer.it/2010/04/invictus-se-clintmadiba-ci-insegna-la-buona-politica/comment-page-1/#comment-264</link>
		<dc:creator>gianfranco</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Apr 2010 13:55:23 +0000</pubDate>
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		<description>un post magnifico.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>un post magnifico.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Invictus: se Clint/Madiba ci insegna la buona politica di alladr</title>
		<link>http://www.wirwer.it/2010/04/invictus-se-clintmadiba-ci-insegna-la-buona-politica/comment-page-1/#comment-262</link>
		<dc:creator>alladr</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Apr 2010 08:18:22 +0000</pubDate>
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		<description>non sono pienamente d&#039;accordo sul giudizio sull&#039;opera del buon vecchio CE (anche se mistic river è un film potentissimo, lo ammetto), ma questo post è stato proprio interessante. grazie.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>non sono pienamente d&#8217;accordo sul giudizio sull&#8217;opera del buon vecchio CE (anche se mistic river è un film potentissimo, lo ammetto), ma questo post è stato proprio interessante. grazie.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Contro Il profeta di gianfranco</title>
		<link>http://www.wirwer.it/2010/03/contro-il-profeta/comment-page-1/#comment-248</link>
		<dc:creator>gianfranco</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Mar 2010 14:47:04 +0000</pubDate>
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		<description>@ matteo: Su Bunker semplificavo troppo, è vero. Ma non credo la sua impostazione psicologica-morale sia un espediente eminentemente letterario.

Sull&#039;opposizione nuovi ricchi vs borghesia forse non mi sono spiegato bene, ma di certo mi hai frainteso. Il mio è un parallelismo non una commistione.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@ matteo: Su Bunker semplificavo troppo, è vero. Ma non credo la sua impostazione psicologica-morale sia un espediente eminentemente letterario.</p>
<p>Sull&#8217;opposizione nuovi ricchi vs borghesia forse non mi sono spiegato bene, ma di certo mi hai frainteso. Il mio è un parallelismo non una commistione.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Contro Il profeta di Matteo Boero</title>
		<link>http://www.wirwer.it/2010/03/contro-il-profeta/comment-page-1/#comment-247</link>
		<dc:creator>Matteo Boero</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Mar 2010 13:55:42 +0000</pubDate>
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		<description>@gianfranco@
Bunker. Sulla relativizzazione continua della propria condizione sono (passami il gioco) relativamente d&#039;accordo. A leggere Little boy blue ed Educazione di una canaglia, cioè rispettivamente il romanzo e la biografia che si attardano di più sulla sua “formazione” criminale, la deontologia, chiamiamola così, professionale di Bunker è un tantino più complessa della formula “mi sarebbe piaciuto essere altro, ma sono questo... e pago di mio”. E lo è per un motivo molto semplice. In tanta azione nuda cruda, tanta, senza dubbio, “esperienza diretta” Bunker (narratore più colto di quanto in genere si ami pensare) si avvale di una filosofia che ha di fatto spopolato in Europa in tutto la prima metà del secolo scorso passandosi all&#039;altra sponda dell&#039;Oceano ora invertita di segno, ora (specie nella sua versione d&#039;accatto, con l&#039;hard boiled) confezionata e ritagliata a un&#039;enorme fetta di mercato: l&#039;esistenzialismo storico. Bunker senza Hemingway, Camus e Sartre sarebbe inconcepibile. Dunque occhio a quel che ti pare solo una “autentica” morale psicologica mentre è anche tanto (se non soprattutto) letteratura. Bunker ha scritto sette romanzi prima di pubblicare Come una bestia feroce. Sarebbe molto interresante leggerli per capire quanto la lettura dei classici (Dostoevskij, forse il suo più grande modello) ne abbia segnato l&#039;apparentemente cristallino scontro fra volontà e istinto, e insomma la “filosofia” di vita. Il mio rilievo su Audiard voleva appunto essere oppositivo (lo era anche nel post), ma sul terreno più ampiamente culturale e non solo (come è ovvio, direi) psicologico.

quanto all&#039;opposizione “nuovi ricchi” vs. borghesia. Come ti dicevo, è lettura a mio parere leggittima, ma bisogna pur ammettere che applicarla a quella tra còrsi e arabi che si inscena dentro e fuori dal carcere è quantomeno forzato. Come ha scritto (benissimo) De Lorenzis su Carmilla, quello del conflitto tra nuove leve e vecchia guardia è un must delle narrazioni criminali, e del noir in particolare. (In Bunker, ancora prima degli scontri razziali degli anni Sessanta, è lo scontro epocale, a cavallo della Seconda guerra mondiale, tra microcriminalità e criminalità organizzata.) I “nuovi ricchi” (almeno i nostri) il carcere non lo vedono neanche col binocolo. E la nostra borghesia non è propriamente (né ragiona, in fondo, con lo stesso metro di principio: l&#039;opposizione frontale) l&#039;“elite” carceraria còrsa. Insomma, è un fatto di prossimità: che Audiard voglia abbattere le barriere fra dentro e fuori è chiaro (penso lo voglia chiunque giri un film sul carcere); ma che a tua avviso abbia in mente anzitutto dinamiche economiche, e non piuttosto antropologico-sociali mi sembra, almeno questa volta, data la tua indubitabile e superiore competenza in materia, una caso di deformazione professionale.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@gianfranco@<br />
Bunker. Sulla relativizzazione continua della propria condizione sono (passami il gioco) relativamente d&#8217;accordo. A leggere Little boy blue ed Educazione di una canaglia, cioè rispettivamente il romanzo e la biografia che si attardano di più sulla sua “formazione” criminale, la deontologia, chiamiamola così, professionale di Bunker è un tantino più complessa della formula “mi sarebbe piaciuto essere altro, ma sono questo&#8230; e pago di mio”. E lo è per un motivo molto semplice. In tanta azione nuda cruda, tanta, senza dubbio, “esperienza diretta” Bunker (narratore più colto di quanto in genere si ami pensare) si avvale di una filosofia che ha di fatto spopolato in Europa in tutto la prima metà del secolo scorso passandosi all&#8217;altra sponda dell&#8217;Oceano ora invertita di segno, ora (specie nella sua versione d&#8217;accatto, con l&#8217;hard boiled) confezionata e ritagliata a un&#8217;enorme fetta di mercato: l&#8217;esistenzialismo storico. Bunker senza Hemingway, Camus e Sartre sarebbe inconcepibile. Dunque occhio a quel che ti pare solo una “autentica” morale psicologica mentre è anche tanto (se non soprattutto) letteratura. Bunker ha scritto sette romanzi prima di pubblicare Come una bestia feroce. Sarebbe molto interresante leggerli per capire quanto la lettura dei classici (Dostoevskij, forse il suo più grande modello) ne abbia segnato l&#8217;apparentemente cristallino scontro fra volontà e istinto, e insomma la “filosofia” di vita. Il mio rilievo su Audiard voleva appunto essere oppositivo (lo era anche nel post), ma sul terreno più ampiamente culturale e non solo (come è ovvio, direi) psicologico.</p>
<p>quanto all&#8217;opposizione “nuovi ricchi” vs. borghesia. Come ti dicevo, è lettura a mio parere leggittima, ma bisogna pur ammettere che applicarla a quella tra còrsi e arabi che si inscena dentro e fuori dal carcere è quantomeno forzato. Come ha scritto (benissimo) De Lorenzis su Carmilla, quello del conflitto tra nuove leve e vecchia guardia è un must delle narrazioni criminali, e del noir in particolare. (In Bunker, ancora prima degli scontri razziali degli anni Sessanta, è lo scontro epocale, a cavallo della Seconda guerra mondiale, tra microcriminalità e criminalità organizzata.) I “nuovi ricchi” (almeno i nostri) il carcere non lo vedono neanche col binocolo. E la nostra borghesia non è propriamente (né ragiona, in fondo, con lo stesso metro di principio: l&#8217;opposizione frontale) l&#8217;“elite” carceraria còrsa. Insomma, è un fatto di prossimità: che Audiard voglia abbattere le barriere fra dentro e fuori è chiaro (penso lo voglia chiunque giri un film sul carcere); ma che a tua avviso abbia in mente anzitutto dinamiche economiche, e non piuttosto antropologico-sociali mi sembra, almeno questa volta, data la tua indubitabile e superiore competenza in materia, una caso di deformazione professionale.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Contro Il profeta di gianfranco</title>
		<link>http://www.wirwer.it/2010/03/contro-il-profeta/comment-page-1/#comment-246</link>
		<dc:creator>gianfranco</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Mar 2010 12:53:24 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.wirwer.it/?p=432#comment-246</guid>
		<description>@ matteo: avevo in mente proprio Bunker quando pensavo a cosa non mi tornava del film di Audriard. Bunker non ha pietà per le vittime, è vero, ma relativizza di continuo la propria posizione. Dice &quot;mi sarebbe piaciuto esser altro, ma sono questo ... e pago di mio&quot;, senza piagnistei. Ha l&#039;istinto della bestia, ma anche la capacità umana di analizzare la propria situazione. Per questo motivo, nella sua opera il riferimento alla società che lo ha corrotto e lo ha reso quel che è non suona mai come autoassolutorio. Nei suoi libri, il quadro non dà mai l&#039;impressione di essere incompleto. e dunque il messaggio morale c&#039;è anche se non dichiarato pedantemente e suona come una cosa del tipo: &quot;so che non sono nel giusto, ma state attenti a giudicarmi troppo frettolosamente&quot;.

sulla questione del darwinismo sociale, sono d&#039;accordo, ma anche no. secondo me il paragone è calzante. come dicevo anche a Giona, quando restringi l&#039;ottica ridefinisci le regole d&#039;ingaggio. se non ti preoccupi della responsabilità sociale delle imprese, allora vale la regola &quot;business is business&quot; e dunque tutto è ammissibile. E a quel punto ammiri il migliore. è esattamente l&#039;operazione di Audriard. certo, lo aveva già chiarito Schumpeter e non bisognava aspettare la new-economy o la finanziarizzazione dell&#039;economia per capirlo, ma il mio riferimento a quest&#039;ultime è dovuto al fatto che anche il modo in cui Audriard mette in scena la guerra scimmiotta per tecniche ma soprattutto per definizione e rappresentazione del &quot;successo&quot; i nuovi ricchi più che l&#039;antica borghesia.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@ matteo: avevo in mente proprio Bunker quando pensavo a cosa non mi tornava del film di Audriard. Bunker non ha pietà per le vittime, è vero, ma relativizza di continuo la propria posizione. Dice &#8220;mi sarebbe piaciuto esser altro, ma sono questo &#8230; e pago di mio&#8221;, senza piagnistei. Ha l&#8217;istinto della bestia, ma anche la capacità umana di analizzare la propria situazione. Per questo motivo, nella sua opera il riferimento alla società che lo ha corrotto e lo ha reso quel che è non suona mai come autoassolutorio. Nei suoi libri, il quadro non dà mai l&#8217;impressione di essere incompleto. e dunque il messaggio morale c&#8217;è anche se non dichiarato pedantemente e suona come una cosa del tipo: &#8220;so che non sono nel giusto, ma state attenti a giudicarmi troppo frettolosamente&#8221;.</p>
<p>sulla questione del darwinismo sociale, sono d&#8217;accordo, ma anche no. secondo me il paragone è calzante. come dicevo anche a Giona, quando restringi l&#8217;ottica ridefinisci le regole d&#8217;ingaggio. se non ti preoccupi della responsabilità sociale delle imprese, allora vale la regola &#8220;business is business&#8221; e dunque tutto è ammissibile. E a quel punto ammiri il migliore. è esattamente l&#8217;operazione di Audriard. certo, lo aveva già chiarito Schumpeter e non bisognava aspettare la new-economy o la finanziarizzazione dell&#8217;economia per capirlo, ma il mio riferimento a quest&#8217;ultime è dovuto al fatto che anche il modo in cui Audriard mette in scena la guerra scimmiotta per tecniche ma soprattutto per definizione e rappresentazione del &#8220;successo&#8221; i nuovi ricchi più che l&#8217;antica borghesia.</p>
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		<title>Commenti su Contro Il profeta di gianfranco</title>
		<link>http://www.wirwer.it/2010/03/contro-il-profeta/comment-page-1/#comment-245</link>
		<dc:creator>gianfranco</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Mar 2010 12:36:12 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.wirwer.it/?p=432#comment-245</guid>
		<description>@ Giona: Secondo me, fai un investimento di fiducia nel &quot;non detto&quot; e dunque nelle intenzioni del regista ammirevole, ma rischioso. La mia sensazione è che la storia raccontata non è &quot;sul crimine&quot; ma &quot;nel crimine&quot;. Chi la racconta ha già deciso di fuggire l&#039;ampio spettro delle implicazioni sociali e politiche degli eventi per richiudersi in un&#039;ottica ben più delimitata dove ridefinire le categorie morali. E&#039; una scelta sicuramente funzionale alla narrazione, ma con un effetto finale devastante.
Anche secondo me, quallo che esce dalla galera è un poveraccio (suo malgrado), tanto più triste quanto più incapace di comprendere la propria condizione. Ma se lo guardi nell&#039;ottica di quanto rappresentato in via esclusiva della sua storia, cioè della guerra appena combattuta, quello che esce è un vincitore che trova ad aspettarlo una macchina e 2 SUV carichi di persone al suo servizio, più la moglie e il pargolo del suo amico (la bestia che si fa carico &quot;selettivamente&quot; delle proprie responsabilità). Peraltro, la moglie dell&#039;amico è anche carina. Come si conviene nel genere.
Si, certo, poi il sistema è complessivamente corrotto, è tutto nero e il fronte nazionale (o la lega) sfondano ... ma questo per il regista è un assioma indimostrato, non un&#039;evidenza. E io, nonostante i risultati elettorali, eccepisco anche su questo punto.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@ Giona: Secondo me, fai un investimento di fiducia nel &#8220;non detto&#8221; e dunque nelle intenzioni del regista ammirevole, ma rischioso. La mia sensazione è che la storia raccontata non è &#8220;sul crimine&#8221; ma &#8220;nel crimine&#8221;. Chi la racconta ha già deciso di fuggire l&#8217;ampio spettro delle implicazioni sociali e politiche degli eventi per richiudersi in un&#8217;ottica ben più delimitata dove ridefinire le categorie morali. E&#8217; una scelta sicuramente funzionale alla narrazione, ma con un effetto finale devastante.<br />
Anche secondo me, quallo che esce dalla galera è un poveraccio (suo malgrado), tanto più triste quanto più incapace di comprendere la propria condizione. Ma se lo guardi nell&#8217;ottica di quanto rappresentato in via esclusiva della sua storia, cioè della guerra appena combattuta, quello che esce è un vincitore che trova ad aspettarlo una macchina e 2 SUV carichi di persone al suo servizio, più la moglie e il pargolo del suo amico (la bestia che si fa carico &#8220;selettivamente&#8221; delle proprie responsabilità). Peraltro, la moglie dell&#8217;amico è anche carina. Come si conviene nel genere.<br />
Si, certo, poi il sistema è complessivamente corrotto, è tutto nero e il fronte nazionale (o la lega) sfondano &#8230; ma questo per il regista è un assioma indimostrato, non un&#8217;evidenza. E io, nonostante i risultati elettorali, eccepisco anche su questo punto.</p>
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	<item>
		<title>Commenti su Contro Il profeta di Matteo Boero</title>
		<link>http://www.wirwer.it/2010/03/contro-il-profeta/comment-page-1/#comment-244</link>
		<dc:creator>Matteo Boero</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Mar 2010 12:24:57 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.wirwer.it/?p=432#comment-244</guid>
		<description>@Giona@

detto per inciso, Malik non perde affatto la sua umanità inziale: vedi proprio la scena finale che tu citi (ma vedi anche il rapporto con l&#039;amico morente). I toni non sono né apologetici né estetizzanti (estetizzanti?): sono ironici! Quel suo gesto che tiene lontano il suo impero (le auto.. ) dalla moglie e dal bambino dell&#039;amico di cui si è curato (e alla quale propone di accompagnarla con un pullmann) è un gesto umile che suscita un sorriso, non certo sarcastico. Altro che idiot savant: abbiamo davanti un gentiluomo, un eroe. Su questa ambiguità finale sono perfettamente d&#039;accordo con Gianfranco.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@Giona@</p>
<p>detto per inciso, Malik non perde affatto la sua umanità inziale: vedi proprio la scena finale che tu citi (ma vedi anche il rapporto con l&#8217;amico morente). I toni non sono né apologetici né estetizzanti (estetizzanti?): sono ironici! Quel suo gesto che tiene lontano il suo impero (le auto.. ) dalla moglie e dal bambino dell&#8217;amico di cui si è curato (e alla quale propone di accompagnarla con un pullmann) è un gesto umile che suscita un sorriso, non certo sarcastico. Altro che idiot savant: abbiamo davanti un gentiluomo, un eroe. Su questa ambiguità finale sono perfettamente d&#8217;accordo con Gianfranco.</p>
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