Trilobiti

I’m going to come back to West Virginia when this is over. There’s something ancient and deeply-rooted in my soul. I like to think that I have left my ghost up one of those hollows, and I’ll never really be able to leave for good until I find it. And I don’t want to look for it, because I might find it and have to leave.

Breece D’J Pancake, in una lettera alla madre

È l’8 febbraio 1994. Su due fogli di carta intestata dell’Hotel Villa Magna a Madrid, Kurt Cobain scrive la sua penultima pagina di diario. È una riflessione sul tempo, sull’importanza che il tempo riveste per coloro che diventano dipendenti da sostanze chimiche, da droghe potenti come l’eroina e la cocaina. Cobain porta ad esempio il cinema. «Nei film i registi provano a ritrarre scene di vita vissuta. I momenti più interessanti all’interno dell’arco temporale dei personaggi sono poi selezionati entro una certa durata. Il tempo è molto più lungo rispetto a quello che un film può mostrare e che uno spettatore sopporterà. Insomma, noi non ci rendiamo conto del ruolo gigantesco che ha il tempo nel condurci attraverso gli avvenimenti». L’esempio che segue, di un ragazzo che inizia a bucarsi il 1° gennaio e tra stacchi e riprese arriva a natale senza mai sentirsi  davvero tossicodipendente, dura appena una pagina, ma in un anno di consumo occasionale di eroina, commenta Cobain, quella persona ha passato più giorni fatto che non. Che lo si voglia ammettere o no, conclude, l’uso della droga è una fuga. Una fuga dal tempo. Quel tempo che nessuno spettatore sopporterebbe di vedere rappresentato nella sua interezza, perché la visione sarebbe insostenibile. E di lì a due mesi, infatti, non sarà più sostenuta.
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Tra miniera e chimera: l'eco dell'Ardecore

2010. Tempo di bilanci. Sondaggi. Classifiche. Cosa lasciano in eredità gli anni Zero? Cosa bisogna ricordare? Non che la domanda sia di per sé troppo interessante, magari non c’è proprio un bel nulla da menzionare. E se c’è, forse non è neppure così urgente saperlo proprio ora. Forse si può far passare del tempo, affinché le cose decantino in pace e la prospettiva lunga – quella saggia! – prevalga sulla smania del giudizio a caldo. Sarà così, ma a dispetto di qualunque saggezza, il gioco della hit parade ci piace eccome. Nell’ultimo mese ho esaminato tutte le classifiche possibili in cui mi sono imbattuto: i migliori libri, i migliori film, i migliori attori, i migliori dischi, i migliori sportivi e compagnia bella. Del resto, è proprio questo che mi piaceva di High Fidelity: che quel diavolo di Hornby si fosse permesso il lusso di propinarci tutte le top five che gli giravano per la testa, sapendo bene che con quell’amo ci avrebbe accalappiato come tonni da sushi. Eviterò però di ricorrere anch’io alla tattica della hit parade, anche perché non ho mai le idee abbastanza chiare sulla composizione di una gerarchia. Mi concentrerò invece su una cosa sola, che già fin da ora mi sembra meritevole di una segnalazione speciale.

Si tratta di musica. Italiana. Gli anni Zero, da questo punto di vista, non sono stati molto prodighi. Si possono trovare piccole perle, nascoste qua e là, ma bisogna andare a cercarle con pazienza, come cani da tartufo. Una di queste è un gruppo romano. Si chiamano Ardecore. Nome frutto della sghemba duttilità del romanesco, capace di evocare in un solo flatus voci una passione che brucia e la durezza dell’hardcore (più come attitudine che come stile musicale, evidentemente). Nascono verso la metà degli anni Duemila, come progetto che unisce il gruppo hardcore-jazz-noise (post-core si definiscono loro stessi) degli Zu, il cantautore blues Giampaolo Felici e – udite udite! – nientepopòdimeno che Geoff Farina, chitarrista e frontman degli ormai sciolti Karate, cult-band del panorama post-rock.
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