Scritto da Beppe Leonetti il 27 maggio 2010 alle 12:09 - Cos’hai combinato per meritarti questo?
- Ho ricevuto un’educazione siberiana.
Nicolai Lilin
Qui si parla di un giovane russo nato nel 1980. In questi trent’anni ha fatto il criminale, è stato in carcere, è diventato un tatuatore leggendario, è stato in guerra, è scappato dal suo Paese, è arrivato in Italia, ha imparato l’italiano talmente bene da riuscire a scriverci due libri, entrambi pubblicati da Einaudi.
Io di anni ne ho trentatré, e anche solo per imparare a balbettare l’inglese ci ho impiegato due terzi del mio tempo, figuriamoci se nel frattempo avessi dovuto andare in guerra e in prigione!
In più, avendo vissuto la mia vita per procura, grazie ai romanzi di avventura e ai thriller, mi sono fatto una precisa idea del codice criminale e dell’etica dei fuorilegge: romanticismo ed eroismo alla Robin Hood. Poi, un giorno, mi hanno rapinato per strada e ho capito che tutto ciò che avevo letto erano solo fregnacce: la differenza tra un romanzo e la vita.
Arrivato a trentatré anni, ho capito che metterei la firma per avere una biografia come quella di Nicolai Lilin. Io conosco un mondo in cui ti accoltellano per un parcheggio, ti stuprano se torni a casa da sola la sera, ti picchiano a morte se rubi un pacco di biscotti, ti arrestano e ti pisciano addosso se vai a manifestare contro la guerra. Lilin, invece, ha vissuto la sua infanzia nella Città del Sole.
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Scritto da Matteo Boero il 12 maggio 2010 alle 16:46 I’m going to come back to West Virginia when this is over. There’s something ancient and deeply-rooted in my soul. I like to think that I have left my ghost up one of those hollows, and I’ll never really be able to leave for good until I find it. And I don’t want to look for it, because I might find it and have to leave.
Breece D’J Pancake, in una lettera alla madre

È l’8 febbraio 1994. Su due fogli di carta intestata dell’Hotel Villa Magna a Madrid, Kurt Cobain scrive la sua penultima pagina di diario. È una riflessione sul tempo, sull’importanza che il tempo riveste per coloro che diventano dipendenti da sostanze chimiche, da droghe potenti come l’eroina e la cocaina. Cobain porta ad esempio il cinema. «Nei film i registi provano a ritrarre scene di vita vissuta. I momenti più interessanti all’interno dell’arco temporale dei personaggi sono poi selezionati entro una certa durata. Il tempo è molto più lungo rispetto a quello che un film può mostrare e che uno spettatore sopporterà. Insomma, noi non ci rendiamo conto del ruolo gigantesco che ha il tempo nel condurci attraverso gli avvenimenti». L’esempio che segue, di un ragazzo che inizia a bucarsi il 1° gennaio e tra stacchi e riprese arriva a natale senza mai sentirsi davvero tossicodipendente, dura appena una pagina, ma in un anno di consumo occasionale di eroina, commenta Cobain, quella persona ha passato più giorni fatto che non. Che lo si voglia ammettere o no, conclude, l’uso della droga è una fuga. Una fuga dal tempo. Quel tempo che nessuno spettatore sopporterebbe di vedere rappresentato nella sua interezza, perché la visione sarebbe insostenibile. E di lì a due mesi, infatti, non sarà più sostenuta. Continua a leggere

Scritto da Matteo Boero il 22 febbraio 2010 alle 04:33 Commentando Quarto potere, Orson Welles ebbe a dire che ogni verità su un individuo può essere dedotta soltanto dalla somma di tutto quello che è stato detto su di lui. Era il ’41 e forse anche per questo il film non incontrò il favore del pubblico, abituato, allora come oggi, a immedesimarsi col protagonista senza ragionarci troppo. Leggenda vuole che Welles, per una delle sue celebri provocazioni, avesse concepito la sceneggiatura di Quarto potere rovesciando il punto di vista del primo soggetto proposto alla RKO: un adattamento di Cuore di tenebra girato completamente in soggettiva, che per le stesse ragioni per cui avrebbe potuto essere rivoluzionario fallì prematuramente: l’impresa era inaudita. In realtà, quel che interessava a Welles non era tanto sperimentare nuove tecniche registiche, quanto mettere in scena storie di uomini problematici, il Kurtz di Cuore di tenebra o il protagonista di Quarto potere, il buon Charles Foster Kane, tipo «insieme egoista e disinteressato, contemporaneamente un idealista e un imbroglione, un uomo grandissimo e un uomo mediocre». Sarebbe spettato al pubblico decidere. Anzi, il pubblico avrebbe dovuto ricomporre la vita di Kane come se fosse un puzzle, attraverso i racconti degli amici e dei parenti che lo avevano conosciuto in vita, ciascuno a suo modo parziale e ciascuno a suo modo inconfutabile. Passarono quarant’anni prima che il cinema hollywoodiano trovasse un regista degno di tirare fuori un film da Cuore di tenebra. Fu uno dei due grandi film sulla guerra del Vietnam e uno dei massimi capolavori del cinema di tutti i tempi: Apocalypse Now. Attraverso documenti, lettere, rapporti militari sul famigerato colonnello Kurtz, il capitano Willard (un giovane Martin Sheen) metteva tra sé e l’oggetto della suo missione la stessa distanza mitica che separava il vero Kane dai racconti di coloro che dicevano di averlo conosciuto. La storia era tutta lì: nel tentativo di coprire quella distanza. Ancora vent’anni e la figlia del suddetto regista, Sofia Coppola, trovandosi a cercare un soggetto per il suo primo lungometraggio, scelse un breve romanzo che, mutatis mutandis, a quella forma di distanza doveva tutto il suo fascino. Era Le vergini suicide di Jeffrey Eugenides. Continua a leggere

Scritto da Beppe Leonetti il 13 febbraio 2010 alle 00:52 Recentemente Mondadori ha tradotto il nuovo romanzo di James Ellroy, Il sangue è randagio (Blood’s a rover, il titolo è la citazione di un verso di A. E. Housman). E si conclude così, dopo quindici anni, la trilogia americana: ad American Tabloid, uscito nel 1995, era seguito Sei pezzi da mille (The cold six thousand) nel 2001.
Antonio D’Orrico scrive su Sette, l’inserto del Corriere della sera, che “Il nuovo noir di James Ellroy è una boiata pazzesca” (è un’espressione tornata di moda, ultimamente, ed è la stessa, profondissima critica che Libero concede a Altai di Wu Ming). Non ho ancora letto il libro, è lì, immacolato, vergine, che mi guarda. Però le osservazioni di D’Orrico, quasi strettamente linguistiche, sono pienamente condivisibili: le frasi-telegramma, l’uso ipnotico dell’allitterazione e la sostituzione della lettera c con la k sono espedienti barocchi e pure un po’ ingenui, che a lungo andare risultano gratuiti, e nauseano.
D’altra parte Ellroy resta uno scrittore affascinante. Uno scrittore, ché come uomo non deve essere tanto piacevole. Lasciamo stare le vicende personali, raccontate nell’angosciante I miei luoghi oscuri (la cui lettura consiglio: è comunque ammirevole la freddezza con cui affronta la propria biografia, una biografia del resto così sconvolgente). Veniamo ai suoi romanzi.
Si notano benissimo tre fasi creative, nell’opera di Ellroy. La prima, che coincide con i primi sei libri, è quasi un esercizio di stile. Le trame sono molto banali, costruite su un’impalcatura di topoi mutuati dai classici del noir, Chandler e Hammett sopra tutti (ma con piccole variazioni sul tema, tutte derivanti dalla propria vicenda personale – e chi ha letto il già citato I miei luoghi oscuri non potrà non accorgersene). Il protagonista è in genere un poliziotto/investigatore solitario, dedito all’alcol e all’auto-esaltazione. Le storie sono mosse dalla presenza di una dark lady e di un riccone proprietario terriero. Per la maggior parte l’ambientazione è la Los Angeles degli anni ‘80. Più o meno, la sostanza è sempre questa. Molto piacevoli per chi, come me, ama il noir e ama sguazzare nei luoghi comuni di questo nobilissimo (e purtroppo poco longevo) genere. Continua a leggere

Scritto da Beppe Leonetti il 02 febbraio 2010 alle 23:04 Qualche settimana fa, Oliver Stone ha scandalizzato il mondo intero con una serie di rapidi giudizi sugli orrori del Novecento1. Stone è uso a facili polemiche. Ma personalmente mi sento di riflettere sulla sua sparata, soprattutto perché in qualche modo riguarda molto da vicino qualcosa che sta accadendo oggi, di nuovo, in molte parti del mondo, in modo molto più insidioso rispetto a quanto abbiamo visto finora2.
In realtà non voglio entrare nel merito delle affermazioni di Oliver Stone (per il quale non nutro molta stima), ma utilizzarle per tentare di sviluppare alcune riflessioni nate dalla lettura di due stupendi volumi, molto diversi tra loro.

Il primo è Marcia su Roma e dintorni3, una sorta di breve memoriale autobiografico nel quale Emilio Lussu ricorda la nascita del fascismo così come lui l’ha vissuta. In un arco di tempo che va dal 1919 al 1929 (anno della sua rocambolesca fuga dal confino a Lipari insieme a Carlo Rosselli e Fausto Nitti4), il cavaliere dei Rossomori ricostruisce le vicende cui ha assistito personalmente, le conversioni (o meglio le abiure) dei suoi compagni di partito – primo fra tutti Umberto Cao – le crescenti violenze attuate dalle camicie nere, fino ad arrivare alla vera e propria caccia all’uomo contro lo stesso Lussu, che portò allo scontro a fuoco a seguito del quale il Senatore venne arrestato e condannato.
L’altro è Come si diventa nazisti5 (orrendo titolo italiano di The Nazi seizure of power) di W.S. Allen, accurata analisi della vita di un villaggio nell’Hannover, Thalburg (in realtà Nordheim) tra il 1930 e il 1935. Lo storico americano ricostruisce, attraverso l’indagine condotta sul campo, mediante interviste ai protagonisti, ma anche attraverso lo studio di documentazione ufficiale, i passi graduali che portarono questo paese di 10000 abitanti, ad abbracciare la sciagurata fede hitleriana. Luciano Gallino ricorda, nell’introduzione al volume, che “in soli due anni, dal 1928 al 1930, i voti a favore della NSDAP aumentarono di quattordici volte, salendo da 123 a 1742, su un totale di voti espressi che intanto ha superato i 6000.”6 Anche qui, si passa dalla propaganda iniziale, che suscita qualche ammirazione e qualche entusiasmo, alle violenze che sanciscono la vittoria.
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