Scritto da Matteo Boero il 17 dicembre 2010 alle 12:43
Insegna Carràmba che l’agnizione, specie se procurata, ha tanto più effetto quanto più lungo e impervio sia il cammino tra le incomprensioni. Cugini emigrati in Argentina senza rivolgersi un saluto, figlie sottratte al seno della madre, sorelle relegate da qualche diatriba agli estremi del globo prima che il magico intervento di Raffa ne propizî la conciliazione. Nella commedia plautina, i due protagonisti, tipicamente parenti, vengono tradotti ancora in fasce agli opposti della scala sociale; messi in condizione di odiarsi (quando non di scannarsi) si ritrovano, infine, vuoi con l’aiuto di un servo o il tempistico intervento del deus ex machina, di fronte alla semplice verità: semo fratelli. Il potere del comico, che lega senza soluzione di continuità Plauto a Johnny stecchino è mischiare le carte, confondere le identità. Ma l’agnizione non è appannaggio della sola commedia. Trasversale ai generi, la scintilla della memoria è stata il punto d’abbrivio per il recupero di tutta una vita (la madeleine proustiana), o il punto focale – l’occasione – di un’accensione lirica tra le più vertiginose del Novecento: vedi Montale. Foster Wallace in una breve ma come al solito fulminante riflessione sulla comicità di Kafka (nell’imperdibile Considera l’aragosta) parla di punto di esformazione, tirando in ballo la teoria dell’informazione. Il punto in fondo rimane lo stesso: più lungo il cammino, più numerosi gli abbagli, tanto più grande il piacere dei sensi. Continua a leggere
Scritto da Matteo Boero il 12 maggio 2010 alle 16:46
I’m going to come back to West Virginia when this is over. There’s something ancient and deeply-rooted in my soul. I like to think that I have left my ghost up one of those hollows, and I’ll never really be able to leave for good until I find it. And I don’t want to look for it, because I might find it and have to leave.
Breece D’J Pancake, in una lettera alla madre

È l’8 febbraio 1994. Su due fogli di carta intestata dell’Hotel Villa Magna a Madrid, Kurt Cobain scrive la sua penultima pagina di diario. È una riflessione sul tempo, sull’importanza che il tempo riveste per coloro che diventano dipendenti da sostanze chimiche, da droghe potenti come l’eroina e la cocaina. Cobain porta ad esempio il cinema. «Nei film i registi provano a ritrarre scene di vita vissuta. I momenti più interessanti all’interno dell’arco temporale dei personaggi sono poi selezionati entro una certa durata. Il tempo è molto più lungo rispetto a quello che un film può mostrare e che uno spettatore sopporterà. Insomma, noi non ci rendiamo conto del ruolo gigantesco che ha il tempo nel condurci attraverso gli avvenimenti». L’esempio che segue, di un ragazzo che inizia a bucarsi il 1° gennaio e tra stacchi e riprese arriva a natale senza mai sentirsi davvero tossicodipendente, dura appena una pagina, ma in un anno di consumo occasionale di eroina, commenta Cobain, quella persona ha passato più giorni fatto che non. Che lo si voglia ammettere o no, conclude, l’uso della droga è una fuga. Una fuga dal tempo. Quel tempo che nessuno spettatore sopporterebbe di vedere rappresentato nella sua interezza, perché la visione sarebbe insostenibile. E di lì a due mesi, infatti, non sarà più sostenuta. Continua a leggere
Scritto da Matteo Boero il 21 marzo 2010 alle 21:10
Malik ha appena 19 anni quando entra nel cercere centrale di Brécourt. Di lui sappiamo poco: è arabo, non ha genitori o amici che possano mandargli dei soldi, è semianalfabeta, porta adosso le cicatrici di una vita violenta. La camera esce letteralmente dal buio in cui è avvolto il suo passato per restituircelo in un mondo di celle luride e buie, come a sottolineare la sostanziale continuità tra prima e dopo, dentro e fuori. Durante l’ora d’aria viene pestato da due “fratelli” che gli rubano le scarpe. È un tipo schivo, il che ne fa una preda facile per i mafiosi còrsi che controllano i secondini e che lo mettono di fronte a una scelta crudele: o accetta di uccidere un arabo implicato in un certo processo o loro uccideranno lui…
Il profeta, il film di Jacques Audiard vincitore del Grand Prix all’ultimo Festival di Cannes, è al tempo stesso prison drama, romanzo di formazione criminale, noir, documentario sociologico. Nessun genere lo risolve davvero perché l’intenzione dichiarata è quella di azzerare le distanze tra prigione e società non meno di quelle tra i generi. Malik non indugia nemmeno un minuto a sogni di fuga. Non è il Frank Morris di Fuga da Alcatraz e nemmeno l’Alex Hammond, intelligente ma autodistruttivo protagonista di Little boy blue. In carcere, Malik impara, impara a uccidere e a leggere, conosce l’arabo e il francese e impara persino la lingua dei còrsi che gli otterrà la fiducia utile a spodestarli. Lo sguardo di Audiard, prima mosso, minimale, intimista, man mano che Malik procede nella sua darwiniana evoluzione si fa sempre più luminoso, fermo, distaccato. La storia si dipana per due ore e mezza senza un vero punto morto. La violenza, a tratti efferata, non è mai gratuita.
Più degli stereotipi del film di genere, Il profeta ha la durezza del trattato antropologico, appena addolcito da una sottile vena di misticismo. Ma si farebbe un torto al film considerare tale vena surrealista nei termini di un semplice contrappunto onirico. ‘Profeta’ Malik lo è perché parla coi propri fantasmi e da loro ottiene, insieme alla profezia, un naturale distacco dalle proprie colpe. È il distacco naturale dei bambini. Lo stesso distacco per cui, nel nostro giudizio, la storia dell’ascesa di un gangster spietato può sembrare quella di un uomo umile che si prende semplicemente ciò che gli spetta.
Scritto da Matteo Boero il 22 febbraio 2010 alle 04:33
Commentando Quarto potere, Orson Welles ebbe a dire che ogni verità su un individuo può essere dedotta soltanto dalla somma di tutto quello che è stato detto su di lui. Era il ’41 e forse anche per questo il film non incontrò il favore del pubblico, abituato, allora come oggi, a immedesimarsi col protagonista senza ragionarci troppo. Leggenda vuole che Welles, per una delle sue celebri provocazioni, avesse concepito la sceneggiatura di Quarto potere rovesciando il punto di vista del primo soggetto proposto alla RKO: un adattamento di Cuore di tenebra girato completamente in soggettiva, che per le stesse ragioni per cui avrebbe potuto essere rivoluzionario fallì prematuramente: l’impresa era inaudita. In realtà, quel che interessava a Welles non era tanto sperimentare nuove tecniche registiche, quanto mettere in scena storie di uomini problematici, il Kurtz di Cuore di tenebra o il protagonista di Quarto potere, il buon Charles Foster Kane, tipo «insieme egoista e disinteressato, contemporaneamente un idealista e un imbroglione, un uomo grandissimo e un uomo mediocre». Sarebbe spettato al pubblico decidere. Anzi, il pubblico avrebbe dovuto ricomporre la vita di Kane come se fosse un puzzle, attraverso i racconti degli amici e dei parenti che lo avevano conosciuto in vita, ciascuno a suo modo parziale e ciascuno a suo modo inconfutabile. Passarono quarant’anni prima che il cinema hollywoodiano trovasse un regista degno di tirare fuori un film da Cuore di tenebra. Fu uno dei due grandi film sulla guerra del Vietnam e uno dei massimi capolavori del cinema di tutti i tempi: Apocalypse Now. Attraverso documenti, lettere, rapporti militari sul famigerato colonnello Kurtz, il capitano Willard (un giovane Martin Sheen) metteva tra sé e l’oggetto della suo missione la stessa distanza mitica che separava il vero Kane dai racconti di coloro che dicevano di averlo conosciuto. La storia era tutta lì: nel tentativo di coprire quella distanza. Ancora vent’anni e la figlia del suddetto regista, Sofia Coppola, trovandosi a cercare un soggetto per il suo primo lungometraggio, scelse un breve romanzo che, mutatis mutandis, a quella forma di distanza doveva tutto il suo fascino. Era Le vergini suicide di Jeffrey Eugenides. Continua a leggere
Scritto da Matteo Boero il 31 gennaio 2010 alle 15:23
Ho finito Zona disagio. È una specie di mémoire farcito di inserti saggistici che vanno dal bird watching ai fumetti di Schulz. Gli inserti sono piuttosto istruttivi, specie quello sull’amore del nostro cervello per le immagini rudimentali e astratte: «poco più di un cerchio, due puntini e una linea orizzontale – Charlie Brown». O questo qui sulle tre dimensioni di Kafka (si parla del Processo), che si chiariscono tutto a un tratto guardando un professore di tedesco ubriaco a una festa del college:
Proprio quest’altra faccia di Awery – il fatto che avesse un’altra faccia così visibile – mi stava aiutando finalmente a capire per intero le tre dimensioni di Kafka: il fatto che un uomo poteva essere una vittima mite, sensibile, comicamente bisognosa e un seccatore lascivo smargiasso e astioso, e anche, segnatamente, una terza cosa: una coscienza vacillante, una simultaneità di impulsi colpevoli e acuti rimorsi, una persona inserita all’interno di un processo.
Jonathan Franzen si guarda e parla di sé. Non solo di com’era all’epoca del college e di cosa ne pensa adesso, ma proprio della sua poetica e delle sue aspirazioni, di una visione del mondo opportunamente diluita e shekerata in un tomone di seicento pagine che lo ha reso famoso: Le correzioni. In un’intervista rilasciata al Corriere della sera nel 2002 Franzen definiva Le correzioni «Un romanzo all’antica, postmoderno e famigliare […] una via di mezzo tra due estremi: il modello postmoderno di distacco e quello del romanzo tradizionale del XIX secolo […] un modo per provare che i romanzi possono essere ancora vivi e moderni». Perché alla domanda Perché scrivere romanzi?, un saggio compreso in un raccolta uscita un paio d’anni dopo (Come stare soli), lamentava che nel diciannovesimo secolo Dickens, Darwin e Disraeli si leggevano uno con l’altro e il romanzo era il più importante mezzo di istruzione sociale; oggi che questo ruolo è stato assorbito completamente dalle moderne tecnologie il romanzo deve osare di più.
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Scritto da Matteo Boero il 28 gennaio 2010 alle 16:08
Scritto da Matteo Boero il 28 gennaio 2010 alle 13:07
Ecco, reduce da Avatar, con la testa pesante e i fosfeni negli occhi, ho avuto voglia di andare alla finestra e gettarmi sul 5 che passa giusto qui sotto, e infilare la sua antenna nel più sacro dei miei buchi, e guidarlo verso la luce…
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