L’economia internazionale spiegata al mio cane (o ai politici italiani)

Meglio esser chiari: questo è un post lunghissimo. Non è noioso e alla fine potreste farvi un’idea più precisa sul perché in un paese serio Fiat e Fiom starebbero dalla stessa parte contro una politica insipiente, ma è comunque un post lungo. Non è neanche un post difficile, ma farò uso di qualche esemplificazione grafica, anche a costo di banalizzare alcuni concetti. Il post potrebbe intitolarsi “International economics for dummies”, ma nel nostro caso il titolo scelto sembra più appropriato.

Dunque, il punto di partenza è questo: esiste una cosa chiamata globalizzazione. La globalizzazione è un fenomeno che investe ogni sfera dell’agire umano: sociale, politica, economica, culturale, ecc … Se ci concentriamo sulle caratteristiche economiche del fenomeno (mi riferisco all’economia reale, cioè la produzione, non a quella finanziaria), possiamo definire la globalizzazione come una crescente integrazione dell’economia mondiale e ha questi tratti distintivi: a) rimozione sostanziale degli ostacoli alle transazioni internazionali (death of distance); b) aumento significativo dei volumi degli scambi commerciali tra paesi; c) Aumento considerevole della mobilità dei fattori produttivi (capitale, lavoro) a livello internazionale.

È una novità? No. Tra il 1885 e il 1915 c’è stato un altro periodo di enorme apertura delle economie nazionali con una crescita ineguagliata degli scambi commerciali e del reddito mondiale (nonché delle sperequazioni), e con degli enormi movimenti di lavoratori tra continenti. La differenza con la “nuova” globalizzazione (dal 1990 a nostri giorni) sta nelle condizioni iniziali – nel 1870 la maggior parte delle economie partivano da una condizione di povertà e dipendenza dall’agricoltura, nel 1990 il mondo era già diviso in blocchi (paesi avanzati, paesi in via di sviluppo, paesi poveri) – e nella rivoluzione tecnologica che ha consentito di liberare dai vincoli sia gli scambi delle merci che le comunicazioni e le possibilità di coordinamento delle attività produttive a livello globale.

Cosa cambia per le imprese?

Le fabbriche non sono più legate al mercato di riferimento, ma le imprese possono usare un paese come piattaforma logistica per invaderne altri con le proprie merci (esportazioni), possono implementare delle attività produttive in ogni mercato da conquistare (Investimenti Diretti all’Estero orizzontali, market-seeking) o disintegrare la produzione a livello globale, comprando (outsourcing) o fabbricando direttamente (offshoring) ciò che serve loro nel posto in cui viene prodotto meglio e/o al costo più basso e assemblando a valle il prodotto finale da destinare al mercato globale (Investimenti Diretti all’Estero verticali, efficiency seeking). Quest’ultima soluzione è particolarmente conveniente tant’è che un po’ tutti vogliono delocalizzare.

Cosa cambia per i lavoratori?

L’integrazione nell’economia mondiale di paesi come Cina e India o del blocco dei paesi del Centro-Est Europa e la crescita della popolazione globale hanno comportato una quadruplicazione dell’attuale disponibilità di forza lavoro effettiva a livello mondiale rispetto a quella del 1980. Si stima che questa potrebbe crescere ancora, fino a raddoppiare entro il 2050 (stime FMI, World Economic Outlook, aprile 2007). Tuttavia, la maggior parte dell’incremento è dovuto ad una maggiore disponibilità di forza lavoro non (o poco) istruita. Dunque, la concorrenza dei nuovi lavoratori non colpisce tutti allo stesso modo nei paesi avanzati, ma penalizza di più chi i lavoratori con bassi livelli di istruzione che lavorano in settori a bassa intensità tecnologica (ad es., nel tessile) o più in generale nei segmenti della produzione a basso valore aggiunto di qualsiasi impresa manifatturiera. La concorrenza la subiscono o perché le imprese delocalizzano, o perché la forza lavoro estera arriva nel loro paese (immigrazione). La legge è semplice: se il lavoro non va dai lavoratori, i lavoratori vanno a cercarsi il lavoro (do you remember south-north migration in Italy?).

Sgombriamo subito il campo dall’opzione leghista

Mettere dazi alle importazioni, impedire alle imprese di delocalizzare, fermare l’immigrazione è totalmente velleitario oltre che dannoso. Se le imprese non possono adottare le strategie necessarie a essere efficienti e competitive vengono spazzate via dalla concorrenza globale e con loro i tutti i posti di lavoro, quelli a casa e quelli all’estero. L’unico modo per garantire i posti di lavoro e creare le condizioni perché un’impresa sia competitiva. Nella sua versione più estrema, l’opzione leghista sfocerebbe nell’autarchia, il che non vuole solo dire che non avremmo più gli iPhones, ma che i nostri prodotti non avrebbero mercati di sbocco e la perdita di benessere collettiva sarebbe ancora maggiore.

Una lezione di economia internazionale

Ammesso che l’Italia lo sia, come fa un paese avanzato a difendersi dagli aspetti deleteri della globalizzazione e ad approfittare dell’enormi opportunità che offre?

Fig.1

Qui serve un grafico. Dunque, proviamo a rappresentare su un piano le posizioni relative di due paesi, uno avanzato (es. Italia) e uno emergente (es. Cina). In particolare mettiamo in fila tutti i prodotti che possono essere realizzati in Italia in base al divario di produttività che le imprese italiane vantano rispetto a quelle cinesi (fig.1). Partiamo da quello per il quale il divario di produttività è più alto (A) e arriviamo a quello per il quale è più basso (B). In questa rappresentazione non c’è alcun prodotto che possa esser prodotto dalla Cina con un vantaggio di produttività rispetto all’Italia. Questo riflette il fatto che nei paesi avanzati i fattori della produzione vengono organizzati sistematicamente in modo più efficiente che nei paesi emergenti per via di un insieme di elementi contingenti (maggiore dotazione di capitale umano, migliore dotazione infrastrutturale, migliori regolamentazioni, ecc.) e questo contribuisce a spiegare perché ci sia una differenza notevole tra i tenori di vita medi dei paesi avanzati rispetto a quelli emergenti.

Fig.2

Tuttavia, dal quadro manca ancora un elemento fondamentale, il differenziale del costo produzione. Semplificando si può approssimare questo differenziale di costo con la differenza tra i salari medi pagati in Italia rispetto a quelli cinesi (wage gap, in fig.2). Poiché i lavoratori italiani sono pagati più di quelli cinesi, il differenziale è positivo e lo rappresentiamo come una costante (non varia al variare della produttività) per semplicità, anche se la contrattazione centralizzata del salario e il ruolo marginale svolto dalla contrattazione di secondo livello in Italia rendono questa rappresentazione non inverosimile. Il punto d’intersezione tra la curva della produttività e quella dei salari è cruciale. Infatti, identifica nella nostra successione di prodotti il “prodotto critico”  (P*).

Tutti i prodotti a sinistra di questo possono essere realizzati e scambiati con profitto dall’Italia sui mercati internazionali: il vantaggio di produttività, infatti, è maggiore dello svantaggio in termini di costo e il prodotto potrà essere venduto al prezzo migliore. Viceversa, per i prodotti a destra di quello critico, il vantaggio produttivo non consente di compensare lo svantaggio di costo e sarà la Cina a poter praticare il prezzo migliore sul mercato internazionale. In altre parole, non basta essere più produttivi, perché la Cina compensa parte della propria inefficienza col differenziale salariale.

Attenzione: non si tratta di concorrenza sleale. È semplicemente quello che la Cina può fare dato il suo stadio di sviluppo ed è quello che l’Italia faceva negli anni del boom economico (secondo dopoguerra).

Dunque, le imprese che producono merci alla sinistra del punto critico hanno tutto da guadagnare dalla globalizzazione, le imprese che si trovano a destra del punto critico ci perdono e con loro i lavoratori.

Come si riconcilia questo schema con quanto abbiamo detto sopra sulla delocalizzazione?

È molto semplice: pensate ad ogni merce come l’insieme di tante singole componenti (altre merci), ad esempio un aereo. Per rimanere competitiva e salvaguardare profitti ma anche occupazione, l’impresa terrà a casa la produzione di tutte le componenti ad alto valore aggiunto (quelle che richiedono l’impiegano di tecnologia avanzata e alto capitale umano, come i sistemi elettronici o il computer di bordo) e delocalizzerà la produzione delle componenti a basso valore aggiunto (scarso contenuto tecnologico e di conoscenza, ad esempio i tessuti per i sedili o le componenti in plastica). Se il gioco riesce e l’impresa aumenta l’efficienza e la competitività, finirà per espandere le proprie attività sia a casa che all’estero. Viceversa, sarà spazzata via con tutti i posti di lavoro.

Attenzione: in un contesto di concorrenza internazionale, l’alternativa alla ricerca dell’efficienza e della competitività è la morte. Dunque, impedire la riorganizzazione delle imprese non salvaguarda i lavoratori.

Che fare?

La domanda è d’obbligo:  cosa si può fare per guadagnare altri prodotti spostando a destra il punto critico e ampliando dunque i vantaggi per l’Italia?

Ci sono due opzioni.

Fig.3

Soluzione 1 (fig.3): l’Italia prende atto di non essere affatto un paese sviluppato come pretende e adegua i salari dei lavoratori a quelli dei paesi emergenti. La retta del differenziale salariale si sposta verso il basso e si guadagnano tutti i mercati tra P* e P’. Ma questa soluzione non ci piace. Alle ovvie ragioni di insostenibilità sociale di una corsa al ribasso sui salari, si sommano anche questioni strategiche. Competere sui livelli di costo, ridurre cioè i salari (ma ridurre le libertà sindacali vuol dire la stessa cosa), nella migliore delle ipotesi ci permetterebbe di attrarre investimenti produttivi più volatili, interessati cioè a sfruttare una condizione di vantaggio di costo temporanea, ma pronti a trasferire l’investimento altrove non appena il vantaggio è esaurito o s’individua una location più conveniente.

Fig.4

Soluzione 2 (fig.4): l’Italia si comporta da adulta e investe per innalzare la frontiera tecnologica guadagnando in competitività su ogni prodotto. Investendo in ricerca di base (università) e applicata (imprese), accrescendo la dotazione di infrastrutture (collegamenti, comunicazioni) e capitale umano (istruzione), spostando la tassazione dal reddito (da lavoro e da impresa) alla rendita (finanziaria e immobiliare), s’incentivano gli investimenti e la curva della produttività si sposta verso l’alto e si guadagnano tutti i mercati tra P* e P’. Questa soluzione è più convincente perché salvaguarda il tenore di vita degli italiani e mette il paese in condizioni di continuare a farsi “inseguire” dai paesi emergenti. Le imprese investirebbero in Italia o continuerebbero a farlo perché il contesto rende più produttivo farlo qui che altrove, ed è una strategia valida anche nel lungo periodo perché investire nei segmenti ad alto valore aggiunto costa di più che farlo in quelli a basso valore aggiunto e per scappar via le imprese dovrebbero incorrere in perdite notevoli (sunk costs).

Tirando le somme

Tutto chiaro, dunque. E allora perché non si fa nulla di tutto ciò?

Ci sono anche due fattori che complicano il quadro. A causa di retaggi del passato, specificità del paese e di politiche industriali sbagliate, l’Italia è specializzata in settori (prodotti) coincidenti in larga parte con quelli di vantaggio per i paesi emergenti anziché con quelli dei paesi avanzati, dunque è più esposta alla pressione competitiva sui salari. Invertire la rotta non è facile. In secondo luogo, la ricerca e le infrastrutture costano e le politiche dissennate degli scorsi decenni – tra le quali mantenere le imprese in perdita per salvaguardare l’occupazione – hanno prosciugato i pozzi delle risorse economiche (alto debito pubblico).

Ma il vero problema è che l’Italia è da 20 anni senza una prospettiva strategica e una conseguente politica economica degna di tal nome. La globalizzazione prevede “vincitori” e “vinti”. La politica dovrebbe cercare di capire come può creare le condizioni per estendere il successo dei primi e compensare i secondi, senza far finta di poter garantire l’immutabilità delle posizioni a tutti.

Invece è divisa tra chi promette una protezione dalla Cina che non può in alcun modo garantire, chi pretendere di far finta che la globalizzazione non esista e non si debba ridefinire il sistema di welfare (che attualmente non garantisce affatto i vinti) proprio come è da ridefinire il modello di sviluppo del paese, chi come il governo attuale è disposto a correre il rischio della gara al ribasso perché è rappresentativo dei soli interessi del grande capitale, quello cioè di chi ha la facoltà di spostarsi dove lo condizioni sono più favorevoli a garantire il proprio benessere.

A me piacerebbe che la classe politica  la mettesse invece nei termini qui esposti facendo capire a imprese (tutte, anche le medio-piccole) e lavoratori che la prospettiva strategica più seria è la seconda. E riuscirci dovrebbe mettere sul tavolo gli incentivi giusti a rendere credibile lo scambio intertemporale: una rinuncia oggi, per un vantaggio di domani.

Ma questo paese è abituato a raccontarsi balle e ad accordarsi su  patti che prevedono vantaggi oggi e sacrifici domani. Sacrifici a carico delle future generazioni. Quelle che oggi non votano.

6 commenti a L’economia internazionale spiegata al mio cane (o ai politici italiani)

  • Gabriele Del Giovine

    Anche se sulla strada buona semplifichi un po troppo le cose dimenticando che la Cina ha probabilmente ha capacità di ricerca e di innovazione tecnologica superiore alla media degli stati Europei “storici”. La loro combinazione capitale/lavoro pende a favore del capitale. Uno dei vantaggi Cinesi è la capacità di individuare le componenti di costo di un prodotto, anche molto tecnologico ed innovativo ed usare la giusta combinazione di capitale e lavoro. Ci riescono talmente bene che possono produrre prodotti anche più sofisticati dell’iPhone 4 in numeri ridicoli di esemplare (anche solo 10000) riuscendo a mantenere i costi bassi e fare margine. Ma il vero vantaggio della Cina è che la Cina è a tutti gli effetti un vero sistema PAESE coeso al raggiungimento degli obiettivi. E’ la loro cultura dell’Impero che li ha portati a miscelare due elementi concepiti (forse) in occidente nell’800: capitalismi e socialismo. Sono talmente bravi che comprano impianti tecnologici pesanti da Italia e Germania, li usano nelle loro fabbriche, li copiano e li rivendono le copie a tutti gli altri, noi compresi. Purtroppo non c’è scampo nel breve periodo: i nostri salari scenderanno ma continueremo a comprare prodotti cinesi perchè saranno gli unici che potremo comprare. Nel medio periodo avremo gli stessi salari dei Cinesi, forse meno e vivremo in un paese posseduto dalle banche Cinesi.

  • gianfranco

    è vero, a rigor di logica cina e italia non sono strettamente comparabili, e non solo per questioni di scala. tant’è che nel pezzo parlo spesso di economie avanzate e paesi emergenti, e scelgo dei nomi che vivono nell’immaginario collettivo e nel dibattio politico solo quando il discorso si fa un po’ più complicato per i non addetti ai lavori.
    ad ogni modo, se anche la cina fosse più fica di quello che immaginiamo (cosa certa, ma non era così fica 10 anni fa, quando queste cose già erano note) questo cambierebbe l’entità del problema ma non la sua natura. dunque, le prescrizioni di policy sarebbero qualitativamente le stesse.

    peraltro, le magnifiche e progressive sorti della repubblica popolare cinese alle quali accenni potranno essere realizzate solo quando la cina assicurerà un benessere diffuso all’intera popolazione (1.3 miliardi). dunque, non solo a coloro che vivono nell’iper-sviluppata e avveniristica zona industriale costiera ma anche nelle sue zone rurali. a quel punto, bisognerà capire come soddisferà le richieste di miglioramenti nelle condizioni lavorative e nella qualità della vita che inevitabilmente cresceranno al crescere del benessere economico. infine, bisognerà capire come garantirà la coesione sociale e del sistema paese senza riforme di tipo politico sulle libertà civili da concedere a un popolo che sarà sempre più ricco, istruito e meno avezzo a tollerare il regime autoritario che si ritrova.
    anche il giappone negli anni ’80 faceva paura. eppure è incappato in una “lost decade” quando nessuno lo credeva capace di beccarsi neanche un raffreddore. l’economia, fortunamente, è meno deterministica di quello che ci piace credere.

  • Gabriele Del Giovine

    2800 miliardi di dollari in riserve valutarie e non oso immaginare quanta parte del debito pubblico e privato dei paesi occidentali. Ancora qualche anno di questo trend ed il governo Cinese avrà le leve per governare la politica economica di quasi tutti i paesi occidentale senza dimenticare che già hanno il governo economico di buona parte dei paesi Africani (Marocco ad esempio). E’ una strategia di medio lungo periodo che è finalizzata a garantire via via livelli di reddito e libertà ai propri cittadini. Ed i cinesi sanno aspettare.

  • gianfranco

    vorrei fosse così lineare il discorso sulle riserve, i fondi sovrani d’investimento e il magnifico disegno di progresso del governo cinese, ma temo non lo sia.
    però questo post è stato pensato come un contributo al dibattito sullo stato dei fatti e le opzioni strategiche in Italia, non in Cina.

  • [...] This post was mentioned on Twitter by Roberto Bonzi. Roberto Bonzi said: RT @wirwer: L’economia internazionale spiegata al mio cane (o ai politici italiani) http://goo.gl/fb/wZHib #attualità #cina [...]

  • Gabriele Del Giovine

    Purtroppo, come scrive l’autore di questo post (http://www.wolfstep.cc/2011/01/disalleati.html) non credo che ci siano opzioni strategiche diverse dal ridimensionamento traumatico del livello di benessere in Italia.

    “Non e’ possibile entrare in una PMI e notare nel parcheggio 3 auto da 100.000 euro ciascuna, nuove, mentre entrando dentro lo stabilimento si notano 3 macchinari da 100.000 euro ciascuno, ognuno dei quali OBSOLETO. Il rapporto dovrebbe essere invertito, e i 100.000 euro andavano spesi diversamente.”

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