La strada dell'uomo verticale

Afferrò la mano del bambino e ci ficcò la pistola. Prendila, sussurrò. Prendila. Il bambino era terrorizzato. Lui lo abbracciò e lo tenne stretto. Era così magro. Non avere paura, gli disse. Se ti trovano lo devi fare. Hai capito? Shh. Non piangere. Mi ascolti? Lo sai come si fa. Te la metti in bocca e la punti in su. Veloce e deciso. Hai capito? Smettila di piangere. Hai capito?

La strada, C. McCarthy

Leggendo L’uomo verticale, l’ultimo libro di Davide Longo (Fandango Libri, 2010), non ho potuto fare a meno di pensare a La strada di McCarthy (Einaudi, 2007). L’accostamento è scontato; viene proposto, in maniera frettolosa e approssimata, praticamente in ogni blog o articolo che ne tenti la recensione. E in effetti, prima di leggerlo sapevo già che mi sarei trovato a confrontarli, tanto che mi auguravo di potermi trovare di fronte a un altro piccolo capolavoro quale è stato per me il libro di McCarthy.

Tuttavia, i due libri sono in realtà profondamente diversi.

La strada è ambientato in un futuro imprecisato, un tempo che riconosciamo d’altra parte non troppo distante dal nostro. Quello abitato dai personaggi è un mondo devastato, ridotto in cenere dalla brutalità sovraumana di un misterioso evento catastrofico: guerra nucleare, esplosione seguita alla caduta di un meteorite, cataclisma naturale. Qualcosa di terribile. Si tratta di una situazione geograficamente estesa, ma non si sa quanto; non si parla di stati, di regioni; certamente non esiste più una società civile, non esistono più le città e l’umanità è decimata. Dopotutto, non serve sapere tanto di più: dove sia ambientato, tra quanti anni, che cosa sia veramente successo… Seguiamo padre e figlio che si allontanano lungo lo snodarsi interminabile della strada. L’ambiente naturale è profondamente mutato. Alberi senza foglie, vegetazione pressoché assente: «Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato».

La strada è dunque l’unica certezza che affiora dal nulla dilagato. Le città sono ruderi che nascondono minacce, ogni casa non è più un rifugio dal mondo esterno, ma piuttosto un luogo dove trovare qualcosa di utile per sopravvivere e dal quale allontanarsi prima possibile. La casa è diventata il posto meno sicuro al mondo. Ovunque oggetti abbandonati divenuti scheletri, rottami. La strada, per quanto sventrata e bruciata e ridotta a una striscia di catrame fuso senza segni e direzioni, rimane uguale a se stessa. È l’unico elemento ancora riconoscibile di un mondo che non esiste più; continua a essere una strada: unisce i luoghi e serve per gli spostamenti, proprio come prima. Padre e figlio, sempre soli, cercano di scampare alle difficoltà di un clima troppo rigido; tentano di raggiungere la costa per proseguire poi verso sud e allontanarsi dall’inverno. Camminano sulla strada, a volte se ne discostano, per necessità o per non correre troppi rischi, ma non se ne allontanano mai troppo. Rimane un filo da seguire per non perdere del tutto ogni speranza.

I sopravvissuti vagano solitari oppure organizzati in bande. Gli animali sono morti, le coltivazioni bruciate; non c’è più cibo. Solo vecchio scatolame, sempre più raro, dimenticato in qualche scantinato ancora nascosto. E poi il degrado, forse inevitabile: l’antropofagia non è più tabu. I deboli diventano prede, carne da consumare, stipati come bestie portate al macello in cantine chiuse sotto botole inaccessibili. Occorre stare nascosti e sempre attenti, non farsi prendere, non dare nell’occhio. Il rischio è quello di essere sorpresi mentre si cerca qualcosa da mangiare in una casa abbandonata.

Ci sono i buoni, e siamo in fondo noi che leggiamo. E ci sono i cattivi. Tutto ridotto ai minimi termini, in un mondo essenziale e violento. Una stanchezza irrecuperabile.

È una visione del male molto realistica e pregnante. Portata avanti con una coerenza che è dolorosa, ma autentica, lontana dalla banalizzazione. La strada è un libro che va fino in fondo, che non si tira indietro quando è il momento di guardare in faccia ciò che è nell’aria fin dall’inizio.

In quest’ambientazione da fine del mondo, il tema portante del libro di McCarthy è forse quello del rapporto tra un padre e suo figlio e, in maniera più implicita, riguarda diffusamente l’attaccamento alla vita e l’angoscia dell’abbandono; è dunque anche una riflessione sulla disperazione di ogni essere umano di fronte alla morte. Nel mondo ridotto alla barbarie la morte segna solo l’estinguersi di un possibile conflitto innescato per ragioni di sopravvivenza, o tutt’al più il momento limite oltre il quale una possibile fonte di cibo diventa solo una carcassa putrefatta o mummificata abbandonata lungo la strada. E quindi un avvenimento senza importanza, esageratamente contingente, umano nella misura in cui riguarda personaggi che ormai sono ben altro che umani. Privo di ulteriori significati. Nei buoni, tuttavia, il sentimento lacerante della morte è più vivo che mai. Anzi, tanto più in una situazione come questa, nella quale ogni testimonianza di affetto e di buoni sentimenti è un sussurro e un gesto instancabile custoditi nella solitudine da poche persone. Il prezzo che pagano questi personaggi eredi di un’umanità quasi estinta, ultimi portatori del fuoco, è un dolore sempre presente, da guardare inevitabilmente troppo da vicino. E tutto sommato si tratta del residuo di un’umanità che scontano malgrado loro stessi, un’umanità che non scelgono di abbracciare, ma dalla quale sono pervasi e della quale non sono evidentemente in grado di liberarsi. Non hanno particolari meriti, non sono da prendere a modello.

Nell’intervista pubblicata su Lipperatura, e rilasciata al Wall Street Journal, McCarthy dichiara espressamente di credere nel primato della bontà rispetto all’intelligenza. Nella stessa intervista, d’altra parte, sostiene: «Io non penso che la bontà sia qualcosa che impari. Se vieni lasciato alla deriva a imparare dal mondo a essere buono, non è facile. […] Non puoi fare molto per cercare di trasformare un bambino in qualcosa che non è. Ma qualunque cosa sia, di sicuro puoi distruggerla. Se sei meschino e crudele, puoi distruggere la persona migliore del mondo».

Dunque, padre e figlio sono costretti a confrontarsi continuamente con l’idea della solitudine e della perdita; un pensiero doppiamente intollerabile: perché l’unione tra di loro è l’unica forma di solidarietà di cui godono, e perdersi significherebbe rimanere insopportabilmente soli, di quella stessa solitudine simile alla pazzia disegnata nei volti imbruttiti di innocui e rari viandanti che incontrano lungo la strada; e poi perché i due sono legati da un sentimento primordiale, atavico e indissolubile, che è l’amore tra un padre e un figlio. E in questa loro lotta disperata, giorno per giorno, vediamo lo stigma insopprimibile della loro umanità, la loro condanna. È difficile vivere in un mondo distrutto, senza risorse, ma lo è ancor di più se si è buoni e non si può fare diversamente; è necessario fare i conti sempre con la propria bontà, oltre che con la cattiveria degli altri. Nel mondo disumanizzato ciò che riluce di bontà è un piccolo fuoco sempre acceso.

L’uomo verticale di Davide Longo è ambientato in Italia. Per essere precisi: malgrado in una delle alette del libro si sostenga che il nostro Paese non è mai nominato, ci sono almeno un paio di riferimenti espliciti all’Italia. Longo mantiene comunque l’anonimato dei luoghi, città e paesi, utilizzando solo l’iniziale puntata; tuttavia, si parla di Nordovest e si fa riferimento ai confini con la Svizzera e con la Francia, e poi al Piemonte, alla Liguria e come se non bastasse alle Langhe. Insomma, si parla di un’area geografica perfettamente delimitata e riconoscibile.

In L’uomo verticale l’apocalisse è alle porte, in divenire, ma non riguarda la distruzione del mondo naturale come lo conosciamo. Si tratta piuttosto di un crollo sociale, economico e morale. La società civile regredisce, si ritrae per qualche ragione a noi sconosciuta; tutto smette gradualmente di funzionare. Prende piede la violenza, si impone la legge del più forte; soprattutto, decade la moralità, l’idea di una giustizia possibile, e la paura diventa il sentimento dilagante.

Anche i personaggi possiedono un’identità precisa. Si tratta di un letterato fuggito dal mondo, rifugiatosi in campagna dopo che uno scandalo sessuale ne ha stravolto la vita; della figlia adolescente dell’uomo e del figliastro, poco più che un bambino, che la ex moglie gli affida per andare a cercare da sola il secondo marito; del figlio autistico di una vicina di casa; di un bambino rimasto senza famiglia; oltre che di un cane salvato dal massacro e di un elefante appartenuto a un circo. Senza contare poi tutti i personaggi di contorno: dagli operosi, inermi, omertosi compaesani, ai profeti farlocchi delle nuove generazioni senza futuro, alle donne custodi di saggezze primordiali. Ognuno esattamente delineato e incastonato nel mondo che rotola, con tanto di nome e spesso anche di cognome.

La storia narra del progressivo intensificarsi delle violenze e della caduta totale nel baratro del mondo senza governo. Quando, dopo evidenti segni di instabilità sociale, il protagonista si rende conto che forse è meglio cambiare aria, inizia un viaggio che si rivelerà un incubo. I paesaggi non sono nascosti da una nube di cenere, avvolti nella coltre di un crepuscolo interminabile; c’è desolazione, è vero, ma non si tratta di un mondo naturale estinto. Semmai, è la neve a livellare tutto, a costringere lo sguardo verso terra, e poi dentro di sé; l’immagine si appiattisce ma in fondo mantiene la complessità della stratificazione della natura: è solo nascosta, non cancellata, non eliminata.

A grandi linee: l’uomo, la figlia e il figliastro lasciano il paese per tentare di raggiungere la Svizzera; non sanno però che le frontiere, presidiate dalla Guardia Nazionale, sono ormai chiuse; i soldati sparano a vista a chiunque si avvicini e tenti di attraversare il confine; i loro lasciapassare si rivelano inutili. I tre vengono fermati una prima volta, derubati dell’auto, dei soldi e di tutto quanto hanno portato con loro. Decidono perciò di tornare verso il paese, assistono alle prime scene di violenza gratuita; in paese trovano la desolazione e lo sfacelo; prendono con sé anche il figlio autistico della vicina, morta nel frattempo, che ha lasciato loro parole profetiche di difficile interpretazione. Partono quindi verso sud per attraversare l’appennino, con la speranza di riuscire a emigrare in Francia passando dalla costa ligure. L’inverno, la neve, manca il cibo, fa freddo: nulla in confronto a quello che li aspetta di lì a poco. Verranno sequestrati da una banda di ragazzini inselvatichiti, che passano il tempo a depredare i poveretti come loro, si drogano aspirando la colla da un sacchetto di plastica, sono usi allo stupro e si accoppiano come animali. Loro guida è un guru psicopatico, che esercita il potere lasciando credere di essere il nuovo messia. A questo punto, la storia cambia decisamente registro. Vengono assaliti; la figlia e il figliastro vengono sequestrati dalla banda; l’uomo decide di seguirli a ogni costo; il ragazzo autistico e il cane vanno, temporaneamente (…), per la loro strada.

Dunque, l’uomo verticale che come lo stesso Longo precisa in un’intervista è espressione spagnola per definire «l’uomo tutto d’un pezzo» (non si piega davanti a nulla, ma anche: si piega ma non si spezza?), inizia a opporre al nuovo mondo una forma di resistenza passiva. L’amore per i libri l’ha allontanato dal mondo “vero”, lo ha reso cieco o in qualche modo insensibile a quello che stava accadendo; ora che tutto è e deve essere dimenticato, unica via praticabile per ripensare a un mondo ancora vivibile, egli si serve della pacatezza che ha covato negli anni di solitudine per rivendicare il valore della propria umanità sull’insensatezza che tutto travolge. Non è importante, e non sarebbe nemmeno possibile, pensare di ribellarsi violentemente; occorre vincere sul piano morale e per farlo è necessario sfoderare l’arma del sacrificio, unica istanza simbolica ancora in grado di agire e smuovere l’ottusità disumana delle larve che popolano l’Italia. Tutto il finale è una nota di compiacenza per questa vittoria di significati; il protagonista e i suoi amici escono sfigurati da questa vicenda, ma l’inferno non li ha corrotti. Ogni cosa rimane sospesa nella desolazione, eppure il bagliore di un nuovo inizio si fa avanti con l’estate ormai alle porte. Tutto è ancora possibile, quando si è verticali; soprattutto se si è riusciti a rispolverare «disciplina, progetti, investimento sul futuro e fatica» (sempre qui).

L’accostamento fa risaltare, a ben vedere, le differenze intime piuttosto che la superficiale contiguità. Per un certo verso, non si può fare a meno di notare una certa somiglianza. Longo, volontariamente o meno, sembra ricalcare senza pudore la storia di McCarthy; i colori non sono gli stessi, la visione sui personaggi e sul loro ruolo è sostanzialmente diversa; eppure, parliamo in entrambi i casi di un mondo divorato dal caos, di un genitore e di suo figlio in cammino verso il mare, della lotta per la sopravvivenza.

D’altra parte questa comunanza di spunti, e in parte di struttura narrativa, porta a esiti distanti.

In McCarthy i due personaggi sono solo l’immagine scarna, essenziale, dei buoni; non hanno nome, nessuna identità. C’è solo lo spettro di una madre fuggita per mancanza di coraggio. Nulla rimane se non la loro disperazione, e la paura di rimanere soli. Non importano le loro debolezze come singole persone; le storture caratteriali, i vezzi, i difetti, le piccolezze che alimentano le identità di ogni essere umano. Di più: non importa il loro percorso, il loro passato; non sono messe in discussione la loro vita e le loro scelte. Sono personaggi comunemente buoni, e sono investiti di questa bontà per nascita. Certo, c’è una coscienza in loro che li porta a vedere il mondo sotto una certa luce; sanno distinguere buoni e cattivi, sanno scegliere una direzione piuttosto che un’altra; ma non hanno nessuna specificità se non questa bontà connaturata. Questa bontà, a cui non sanno rinunciare, è dura da sopportare, perché spalanca gli occhi e tutto ciò che si vede è senza speranza. E senza speranza sopra ogni cosa è la morte di una persona cara, e però pur sempre un ostacolo da superare. Allora, malgrado tutto, malgrado la morte, la strada continua, c’è il fuoco da portare.

I personaggi di Longo sono invece persone, ancorché persone di carta e parole. Non più solo l’uomo buono, immagine di ogni uomo, ma quel determinato uomo, e sua figlia, e tutti gli altri. Ogni caratterizzazione aggiunge un particolare significato alla storia. È proprio qui che ogni sfaccettatura del carattere dei protagonisti intende mostrare una direzione: l’intellettuale rinchiuso nella torre d’avorio che ha preso le distanze dal mondo; il bambino scontroso che non comunica e finirà dalla parte dei cattivi; il bambino che ha invece vissuto per dieci anni con i genitori nei boschi e che farà parte del seme di un’umanità rigenerata. Insomma, stereotipi a parte, ogni personaggio indica chiaramente la direzione, accenna a qualcosa da fare, a come si dovrebbe essere.

L’uomo verticale è un romanzo essenzialmente moralistico: quest’uomo è l’ideale da seguire, è colui che si ravvede e che può far nascere un mondo nuovo. Emblematico che alla fine diventi lui stesso un vero e proprio cantastorie, memoria vivente della collettività.

La strada è il racconto di una certa morale, mostra il bene e il male in un mondo possibile. Il primo tende al precetto, il secondo si limita a fornire una visione, artistica, della vita umana nel suo complesso. Dopotutto, ognuno sa nell’intimo se sta da una parte o dall’altra, se è un buono oppure un cattivo. E ognuno dovrà prima o poi rispondere a se stesso delle proprie azioni.

Di fronte a una catastrofe naturale la strada dell’uomo verticale non porterebbe probabilmente da nessuna parte. Anzi, non sarebbe più nemmeno visibile.

Anch’io non credevo, ma c’è una logica in tutto questo, una logica nuova. Suo figlio l’ha capito, i bambini capiscono molto prima di noi. Richard ha letto in lui e l’ha voluto con sé. L’unico di cui dovrebbe preoccuparsi è lei. Lei farà fatica a cambiare pelle. Siamo troppo vecchi e legati a ciò che ci sembrava giusto.

Leonardo scosse la testa per liberarsi di quelle parole.

Davide Longo, L’uomo verticale

5 commenti a La strada dell’uomo verticale

  • Tutto ciò è perlomeno singolare: mi è arrivata la notifica di questo articolo nell’esatto istante in cui finivo di mettere on line il sito di Davide, che mi aveva da poco commissionato: http://www.davidelongo.com

    Ad ogni modo qui c’è anche un breve estratto del libro, se può interessare: http://www.davidelongo.com/luomo-verticale

    Buona lettura, lo consiglio, è sicuramente un autore che merita di essere letto, anche solo per l’eco che sta generando.

  • Beppe Leonetti

    Mi spiace ammettere che non conoscevo Davide Longo, ma il bel tuo post – e l’estratto pubblicato sul sito :-) – mi hanno fatto venire voglia di rimediare al più presto.

  • Denis Smaniotto

    Grazie Beppe, in realtà io punterei più su La strada, ma suppongo che tu l’abbia già letto…

  • Beppe Leonetti

    Ah, ma non ho ancora visto il film! (anche se non credo lo farò)

    Ho trovato anche un vecchio tweet di Tommaso Pincio. A questo punto sono accerchiato!

    In realtà non ho avuto una cattiva impressione, da ciò che hai scritto. Non vorrei parlare di quello che non conosco (lo faccio già troppo spesso), ma il discorso morale (“occorre vincere sul piano morale e per farlo è necessario sfoderare l’arma del sacrificio”, scrivi tu) mi sembra una potenzialmente condivisibile metafora del presente. E credo sia un po’ il discorso alla base dell’ultimo libro di Vasta, Spaesamento.

  • Denis Smaniotto

    Sì, in effetti l’esternazione di Tommaso Pincio che riporti (e che è ripresa pari pari da un commento lasciato dallo stesso Pincio alle sue risposte alle 10 domande, in Nazione Indiana, qui ) è quella che ha fatto partire tutto il ragionamento, però mancava un’argomentazione. Allora, da grande estimatore di La strada , ho provato a sostenere il contrario, anche se usando toni meno perentori. Personalmente, trovo comunque che questo libro di Longo venga esageratamente osannato.
    Non sapevo di un nuovo libro di Vasta…

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