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	<title>Commenti a: La Città del Sole di Nicolai Lilin</title>
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		<title>Di: Beppe Leonetti</title>
		<link>http://www.wirwer.it/2010/05/la-citta-del-sole-di-nicolai-lilin/comment-page-1/#comment-354</link>
		<dc:creator>Beppe Leonetti</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 May 2010 17:09:49 +0000</pubDate>
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		<description>Il problema è in effetti forse soltanto mio: a me non è piaciuto &lt;i&gt;La classe - Entre les murs&lt;/i&gt; di Cantet proprio perché non ho capito il gioco tra documentario e fiction. Lì, però, eravamo in presenza di un oggetto particolare: un film semi-documentaristico, basato su un racconto semi-autobiografico. Nessuno mi ha mai detto &quot;è tutto vero&quot; (e sì che avrebbero potuto: il regista nonché attore è anche l&#039;autore della storia, e quindi il vero protagonista della vicenda), ma &quot;potrebbe essere vero&quot;. (Stessa cosa - per restare al cinema - con &lt;i&gt;Guida per riconoscere i tuoi santi&lt;/i&gt;, di Dito Montiel: anche questo, diretto dalla stessa persona che ha scritto il libro, basato sulla propria autobiografia.) Ma si tratta della realtà piegata al servizio della finzione. 
Cortellessa, in quell&#039;articolo che citi, parla di reportage: &quot;Se &quot;qui&quot; non succede niente, allo scrittore un mandato sociale resta, in effetti: quello di trasformarsi in un bracconiere di atrocità, collezionista di disagi, sommelier di efferatezze.&quot; E fin qui siamo d&#039;accordo: appunto, &lt;i&gt;A sangue freddo&lt;/i&gt; è l&#039;esempio giusto.
Faccio più fatica ad accettare, invece, una mossa commerciale (perché di questo si tratta, non ci vedo nulla di artistico) come quella di Lilin. Una &lt;i&gt;tattica di depistaggio&lt;/i&gt; che straborda dal romanzo, e arriva sui giornali, sui siti internet e in televisione, per me è uno scherzo mediatico, bello e divertente se poi viene svelato, come succedeva alle azioni per cui il collettivo Luther Blissett è diventato famoso negli anni &#039;90. O, se vogliamo restare al passo coi tempi, si tratta di marketing virale. Non riguarda la letteratura. 
Se invece, come dici tu, siamo di fronte alla tipica emorragia, emblematica dei nostri tempi, bè, c&#039;è qualcosa che non funziona. 
Quando Alex Haley pubblicò &lt;i&gt;Radici&lt;/i&gt;, la storia fu presentata come un resoconto autentico della famiglia dell&#039;autore, il quale guadagnò anche un Pulitzer. Kunta Kinte commosse milioni di lettori (e spettatori). Poi, venne fuori che forse erano tutte balle. Non ritirarono il Pulitzer ad Haley, i lettori non gli gettarono in faccia le copie del libro. Però immagino si sentirono traditi. 
Ciò che intendo dire è che se il famoso contratto che, all&#039;inizio del libro, uno scrittore stipula con il lettore viene violato (fosse anche per questioni legate al tempo in cui viviamo), se quindi non c&#039;è più nulla di vero e di inventato, crolla la funzione della letteratura, della lettura - e anche dell&#039;informazione. Un conto è mostrare quanto questi sistemi siano oggi vulnerabili. Altro è sfruttare la loro vulnerabilità per il proprio tornaconto.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il problema è in effetti forse soltanto mio: a me non è piaciuto <i>La classe &#8211; Entre les murs</i> di Cantet proprio perché non ho capito il gioco tra documentario e fiction. Lì, però, eravamo in presenza di un oggetto particolare: un film semi-documentaristico, basato su un racconto semi-autobiografico. Nessuno mi ha mai detto &#8220;è tutto vero&#8221; (e sì che avrebbero potuto: il regista nonché attore è anche l&#8217;autore della storia, e quindi il vero protagonista della vicenda), ma &#8220;potrebbe essere vero&#8221;. (Stessa cosa &#8211; per restare al cinema &#8211; con <i>Guida per riconoscere i tuoi santi</i>, di Dito Montiel: anche questo, diretto dalla stessa persona che ha scritto il libro, basato sulla propria autobiografia.) Ma si tratta della realtà piegata al servizio della finzione.<br />
Cortellessa, in quell&#8217;articolo che citi, parla di reportage: &#8220;Se &#8220;qui&#8221; non succede niente, allo scrittore un mandato sociale resta, in effetti: quello di trasformarsi in un bracconiere di atrocità, collezionista di disagi, sommelier di efferatezze.&#8221; E fin qui siamo d&#8217;accordo: appunto, <i>A sangue freddo</i> è l&#8217;esempio giusto.<br />
Faccio più fatica ad accettare, invece, una mossa commerciale (perché di questo si tratta, non ci vedo nulla di artistico) come quella di Lilin. Una <i>tattica di depistaggio</i> che straborda dal romanzo, e arriva sui giornali, sui siti internet e in televisione, per me è uno scherzo mediatico, bello e divertente se poi viene svelato, come succedeva alle azioni per cui il collettivo Luther Blissett è diventato famoso negli anni &#8217;90. O, se vogliamo restare al passo coi tempi, si tratta di marketing virale. Non riguarda la letteratura.<br />
Se invece, come dici tu, siamo di fronte alla tipica emorragia, emblematica dei nostri tempi, bè, c&#8217;è qualcosa che non funziona.<br />
Quando Alex Haley pubblicò <i>Radici</i>, la storia fu presentata come un resoconto autentico della famiglia dell&#8217;autore, il quale guadagnò anche un Pulitzer. Kunta Kinte commosse milioni di lettori (e spettatori). Poi, venne fuori che forse erano tutte balle. Non ritirarono il Pulitzer ad Haley, i lettori non gli gettarono in faccia le copie del libro. Però immagino si sentirono traditi.<br />
Ciò che intendo dire è che se il famoso contratto che, all&#8217;inizio del libro, uno scrittore stipula con il lettore viene violato (fosse anche per questioni legate al tempo in cui viviamo), se quindi non c&#8217;è più nulla di vero e di inventato, crolla la funzione della letteratura, della lettura &#8211; e anche dell&#8217;informazione. Un conto è mostrare quanto questi sistemi siano oggi vulnerabili. Altro è sfruttare la loro vulnerabilità per il proprio tornaconto.</p>
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		<title>Di: Matteo Boero</title>
		<link>http://www.wirwer.it/2010/05/la-citta-del-sole-di-nicolai-lilin/comment-page-1/#comment-353</link>
		<dc:creator>Matteo Boero</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 May 2010 13:59:03 +0000</pubDate>
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		<description>Il genere, appunto. Ma forse non ci siamo capiti. Auster e Safran Foer, da quel poco che li conosco (non ho letto per esempio l&#039;ultima fatica di quest&#039;ultimo, che da quello che intuisco vira decisamente al saggio), sono romanzieri a tutto tondo. Ed fin troppo ovvio, come diceva il buon Foster Wallace, che non si conosce autore, anche il più sperimentale, che in cuor suo non vorrebbe essere un realista, cioè in sostanza preso sul serio. Dici bene che è un retaggio ottocentesco, anche se questo (questo tipo di auto-finzione ritornata in auge e mai veramente assopita, intendo) ignora bellamente tutto il soggettivismo modernista, con cui invece dovrebbe fare i conti. Ma il genere di cui parlavo, della non-fiction, è un altro. Saviano appunto, ma non solo, perché prima Saviano l&#039;ibrido tra romanzo e reportage rimonta qui da noi almeno a Parise, e oltre oceano a quel non-romanzo che è A sangue freddo di Capote (lo diceva, forse proprio in quel bel numero dello Specchio “Reale troppo reale”, Andrea Cortellessa). E uno dei corollari di quel genere è proprio creare intorno a sé, e dunque a lato, fuori dal testo, ciò che il testo, contrariamente a quanto faceva il romanzo ottocentesco, non dice: quel che leggi è veramente successo, è tutto vero; e te lo dice una persona in carne ed ossa, mica un libro! Dunque no: una delle caratteristiche del genere di cui stiamo parlando è proprio tenere un equilibrio (o meglio ancora uno squilibrio, ché così se ne parla di più) tra realtà e finzione FUORI DALLE PAGINE DEL LIBRO (vorrei il corsivo ma ancora non ho capito come si fa). E credo che questa sua emorragia sia emblematica di tempi in cui il concetto stesso di marketing e quello di informazione, nel bene e nel male, sono affatto indistinguibili. Fa specie leggere il tuo articolo e poi l&#039;articolo che linki di Saviano. Lui sembra credere a tutto. Ma ripeto, anche se fosse tutto falso il punto starebbe sempre a come si usa la bufala. Welles insegna, come sai meglio di me, che   la buonafede degli ascoltatori serve anche a demistificarne l&#039;immaginario. A &#039;sto punto, se la bufala fosse proprinata senza rimedio, dovremmo tenerci stretto il buon Tarantino.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il genere, appunto. Ma forse non ci siamo capiti. Auster e Safran Foer, da quel poco che li conosco (non ho letto per esempio l&#8217;ultima fatica di quest&#8217;ultimo, che da quello che intuisco vira decisamente al saggio), sono romanzieri a tutto tondo. Ed fin troppo ovvio, come diceva il buon Foster Wallace, che non si conosce autore, anche il più sperimentale, che in cuor suo non vorrebbe essere un realista, cioè in sostanza preso sul serio. Dici bene che è un retaggio ottocentesco, anche se questo (questo tipo di auto-finzione ritornata in auge e mai veramente assopita, intendo) ignora bellamente tutto il soggettivismo modernista, con cui invece dovrebbe fare i conti. Ma il genere di cui parlavo, della non-fiction, è un altro. Saviano appunto, ma non solo, perché prima Saviano l&#8217;ibrido tra romanzo e reportage rimonta qui da noi almeno a Parise, e oltre oceano a quel non-romanzo che è A sangue freddo di Capote (lo diceva, forse proprio in quel bel numero dello Specchio “Reale troppo reale”, Andrea Cortellessa). E uno dei corollari di quel genere è proprio creare intorno a sé, e dunque a lato, fuori dal testo, ciò che il testo, contrariamente a quanto faceva il romanzo ottocentesco, non dice: quel che leggi è veramente successo, è tutto vero; e te lo dice una persona in carne ed ossa, mica un libro! Dunque no: una delle caratteristiche del genere di cui stiamo parlando è proprio tenere un equilibrio (o meglio ancora uno squilibrio, ché così se ne parla di più) tra realtà e finzione FUORI DALLE PAGINE DEL LIBRO (vorrei il corsivo ma ancora non ho capito come si fa). E credo che questa sua emorragia sia emblematica di tempi in cui il concetto stesso di marketing e quello di informazione, nel bene e nel male, sono affatto indistinguibili. Fa specie leggere il tuo articolo e poi l&#8217;articolo che linki di Saviano. Lui sembra credere a tutto. Ma ripeto, anche se fosse tutto falso il punto starebbe sempre a come si usa la bufala. Welles insegna, come sai meglio di me, che   la buonafede degli ascoltatori serve anche a demistificarne l&#8217;immaginario. A &#8216;sto punto, se la bufala fosse proprinata senza rimedio, dovremmo tenerci stretto il buon Tarantino.</p>
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		<title>Di: Beppe Leonetti</title>
		<link>http://www.wirwer.it/2010/05/la-citta-del-sole-di-nicolai-lilin/comment-page-1/#comment-352</link>
		<dc:creator>Beppe Leonetti</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 May 2010 12:37:38 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.wirwer.it/?p=582#comment-352</guid>
		<description>Più che di non-fiction, qui si potrebbe parlare di auto-fiction. E quelli che hanno stabilito i confini di questo &lt;i&gt;genere&lt;/i&gt; (mi vengono in mente Paul Auster e Safran Foer, per esempio) hanno sempre giocato sull&#039;ambiguità romanzo/realtà. Potremmo anche dire che si tratta dell&#039;eredità di un certo gusto ottocentesco: il narratore di alcuni racconti dell&#039;orrore è spesso dotato di un&#039;ambigua identità, e ci viene fatto credere che quello che stiamo leggendo possa essere un resoconto di qualcosa a cui l&#039;autore abbia realmente assistito. 
Finora, però, si è giocato. Qui c&#039;è un altro &quot;fenomeno&quot;: l&#039;auto-fiction esce dalle pagine del libro, e ne inonda la copertina, il confine tra la realtà di chi legge e il mondo dello scrittore. È un discorso legato anche al romanzo di Saviano, sul quale si è sempre mantenuta una valutazione sospesa: è veramente autobiografico (oggi si dice di no) o è un esempio di auto-fiction, che mescola realtà e &quot;necessità narrativa&quot;?
Per Lilin, il gioco si è spinto ancora oltre: il suo romanzo viene presentato come realtà assoluta, come testimonianza durissima per la quale l&#039;autore rischia addirittura la pelle. E poi scopriamo essere tutta invenzione. Crediamo a Lilin come crediamo a Tolkien, ma di Tolkien nessuno ci viene a dire che è tutto vero. 
Quindi, per rispondere: sì, è una delle caratteristiche fondamentali dell&#039;auto-fiction il mantenere un equilibrio tra realtà e invenzione, ma la cosa dovrebbe limitarsi alle pagine del libro, da pagina 3 all&#039;indice, e non sbavare oltre. Altrimenti, mi sento preso in giro. Se ho voglia di leggere un romanzo, compro un romanzo, ma se ho voglia di leggere un saggio pretendo di avere in mano un saggio. In entrambi i casi, vorrei fosse scritto bene.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Più che di non-fiction, qui si potrebbe parlare di auto-fiction. E quelli che hanno stabilito i confini di questo <i>genere</i> (mi vengono in mente Paul Auster e Safran Foer, per esempio) hanno sempre giocato sull&#8217;ambiguità romanzo/realtà. Potremmo anche dire che si tratta dell&#8217;eredità di un certo gusto ottocentesco: il narratore di alcuni racconti dell&#8217;orrore è spesso dotato di un&#8217;ambigua identità, e ci viene fatto credere che quello che stiamo leggendo possa essere un resoconto di qualcosa a cui l&#8217;autore abbia realmente assistito.<br />
Finora, però, si è giocato. Qui c&#8217;è un altro &#8220;fenomeno&#8221;: l&#8217;auto-fiction esce dalle pagine del libro, e ne inonda la copertina, il confine tra la realtà di chi legge e il mondo dello scrittore. È un discorso legato anche al romanzo di Saviano, sul quale si è sempre mantenuta una valutazione sospesa: è veramente autobiografico (oggi si dice di no) o è un esempio di auto-fiction, che mescola realtà e &#8220;necessità narrativa&#8221;?<br />
Per Lilin, il gioco si è spinto ancora oltre: il suo romanzo viene presentato come realtà assoluta, come testimonianza durissima per la quale l&#8217;autore rischia addirittura la pelle. E poi scopriamo essere tutta invenzione. Crediamo a Lilin come crediamo a Tolkien, ma di Tolkien nessuno ci viene a dire che è tutto vero.<br />
Quindi, per rispondere: sì, è una delle caratteristiche fondamentali dell&#8217;auto-fiction il mantenere un equilibrio tra realtà e invenzione, ma la cosa dovrebbe limitarsi alle pagine del libro, da pagina 3 all&#8217;indice, e non sbavare oltre. Altrimenti, mi sento preso in giro. Se ho voglia di leggere un romanzo, compro un romanzo, ma se ho voglia di leggere un saggio pretendo di avere in mano un saggio. In entrambi i casi, vorrei fosse scritto bene.</p>
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		<title>Di: Matteo Boero</title>
		<link>http://www.wirwer.it/2010/05/la-citta-del-sole-di-nicolai-lilin/comment-page-1/#comment-351</link>
		<dc:creator>Matteo Boero</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 May 2010 11:44:38 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.wirwer.it/?p=582#comment-351</guid>
		<description>Domanda. Non avendo letto il libro, obbligatoriamente “di genere”. Ma non è una delle caratteristiche fondamentali di questo “genere” che ormai è la non-fiction, tenersi a cavaliere tra quella realtà autonoma da romanzo (autonoma perché non rendicontata a nessun principio di realtà) e la sigla, in calce (o meglio a latere, dal momento che in calce farebbe sempre parte della finzione, vedi Manzoni) “è tutto vero”?
Se è così, dovremmo armarci di coraggio e pretendere dal realismo (come categoria critica, s&#039;intende) la sua sola possibilità: quella di essere una formalizzazione, la cui bontà o tenuta si valuta per altra via che non quella della verosimiglianza. È chiaro che la non-fiction punta moltissimo su quest&#039;ambiguità (come son lontani i tempi di Tarantino!); ma è altrettanto chiaro che è figlia dei nostri tempi, che da Tarantino discendono. La lingua, in definitiva, lo “stile” ci rimane, purché non lo si opponga ai contenuti ma lo si valuti nella sua capacità di farne vedere di nuovi. La vecchia e cara “visione”, insomma. Ma da quanto ho capito quest&#039;Educazione non è proprio un&#039;educazione al vedere...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Domanda. Non avendo letto il libro, obbligatoriamente “di genere”. Ma non è una delle caratteristiche fondamentali di questo “genere” che ormai è la non-fiction, tenersi a cavaliere tra quella realtà autonoma da romanzo (autonoma perché non rendicontata a nessun principio di realtà) e la sigla, in calce (o meglio a latere, dal momento che in calce farebbe sempre parte della finzione, vedi Manzoni) “è tutto vero”?<br />
Se è così, dovremmo armarci di coraggio e pretendere dal realismo (come categoria critica, s&#8217;intende) la sua sola possibilità: quella di essere una formalizzazione, la cui bontà o tenuta si valuta per altra via che non quella della verosimiglianza. È chiaro che la non-fiction punta moltissimo su quest&#8217;ambiguità (come son lontani i tempi di Tarantino!); ma è altrettanto chiaro che è figlia dei nostri tempi, che da Tarantino discendono. La lingua, in definitiva, lo “stile” ci rimane, purché non lo si opponga ai contenuti ma lo si valuti nella sua capacità di farne vedere di nuovi. La vecchia e cara “visione”, insomma. Ma da quanto ho capito quest&#8217;Educazione non è proprio un&#8217;educazione al vedere&#8230;</p>
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