La Città del Sole di Nicolai Lilin

- Cos’hai combinato per meritarti questo?
- Ho ricevuto un’educazione siberiana.

Nicolai Lilin

Qui si parla di un giovane russo nato nel 1980. In questi trent’anni ha fatto il criminale, è stato in carcere, è diventato un tatuatore leggendario, è stato in guerra, è scappato dal suo Paese, è arrivato in Italia, ha imparato l’italiano talmente bene da riuscire a scriverci due libri, entrambi pubblicati da Einaudi.
Io di anni ne ho trentatré, e anche solo per imparare a balbettare l’inglese ci ho impiegato due terzi del mio tempo, figuriamoci se nel frattempo avessi dovuto andare in guerra e in prigione!
In più, avendo vissuto la mia vita per procura, grazie ai romanzi di avventura e ai thriller, mi sono fatto una precisa idea del codice criminale e dell’etica dei fuorilegge: romanticismo ed eroismo alla Robin Hood. Poi, un giorno, mi hanno rapinato per strada e ho capito che tutto ciò che avevo letto erano solo fregnacce: la differenza tra un romanzo e la vita.
Arrivato a trentatré anni, ho capito che metterei la firma per avere una biografia come quella di Nicolai Lilin. Io conosco un mondo in cui ti accoltellano per un parcheggio, ti stuprano se torni a casa da sola la sera, ti picchiano a morte se rubi un pacco di biscotti, ti arrestano e ti pisciano addosso se vai a manifestare contro la guerra. Lilin, invece, ha vissuto la sua infanzia nella Città del Sole.
La Città del Sole di Lilin si chiama Bender, in Transnistria. È un posto mitico per far crescere i propri figli. È un posto in cui c’è un quartiere chiamato Fiume Basso (di certo in questo libro non aiuta la scelta di tradurre in italiano tutti i nomi e gli appellativi) interamente governato da criminali. Cosa facciano questi criminali, non si sa. Però di certo mandano avanti la città in maniera egregia, insegnando ai giovani aspiranti criminali ad essere onesti: è su questo ossimoro che si basa l’intera costruzione del libro.
Nella violenta società italiana, e occidentale in genere, in ogni scuola c’è un ragazzo disabile oggetto di scherzi anche molto pesanti. Ebbene, nella Città del Sole di Lilin i criminali hanno il massimo rispetto per i disabili, come il giovane ebreo quasi cieco e sordo  che viene immediatamente adottato dalla comunità: tutti si raccomandano di badare a lui, di difenderlo in ogni modo. Tanto che, quando un giorno viene maltrattato da alcuni bulli della città vicina, da Bender parte una spedizione punitiva formata da una trentina di undicenni, benedetta dai genitori criminali di Fiume Basso. Oppure quando Boris, un ragazzino ritardato, viene ucciso per errore da un poliziotto, si scatena una rappresaglia tremenda da parte dei criminali, come se la vittima fosse stata il loro capo: al suo funerale c’era gente arrivata da tutta la Transnistria. In quale altra società i deboli sono altrettanto protetti e considerati?
All’interno del romanzo di Lilin, Educazione Siberiana, ci sono alcune scene esilaranti, come quella dell’irruzione dei poliziotti nella casa della famiglia di Nicolai. Il paragrafo inizia così: “Quel giorno mio padre era tornato da una lunga permanenza in Russia centrale, dove aveva svaligiato una serie di furgoni portavalori”. La flessibilità. A un certo punto la casa si riempie di poliziotti armati fino ai denti. Il motivo dell’irruzione non lo si conosce, ma in quella casa ci abitano criminali e, come nella barzelletta del marito che torna a casa e picchia la moglie, “loro sanno perché.” Uno degli sbirri si avvicina al nonno di Nicolai, urlandogli un ordine. Il piccolo Nicolai, che ha cinque anni, è scandalizzato: come si permette questo sconosciuto di entrare in casa nostra e rivolgersi al nonno mancandogli di rispetto? Il vecchio non si scompone: chiama sua moglie, dicendole: “Vieni qui, tesoro, che devi passare qualche mia parola a questo pezzo d’immondizia!”. Come ci spiega Nicolai, secondo le regole del comportamento criminale, i siberiani non possono rivolgersi direttamente ai poliziotti: devono avere l’assistenza di una donna di famiglia, la quale traduce poi “nel gergo criminale” le risposte del poliziotto. La scena continua, il nonno chiama il poliziotto (come il codice criminale impone) in vari modi: cane, coniglio, infame, aborto, bastardo. Il poliziotto sa benissimo che è il codice che impone questo comportamento, e non reagisce. Si continua così, finché la situazione non viene sbloccata da un intervento esterno, e tutti riprendono a mangiare. Riesce qualcuno a immaginare la stessa cosa da noi, dove il codice criminale non esiste?
È un posto mitico, la Città del Sole. È un posto in cui, se freghi il lavoro a un altro, questo ti scrive una lettera piena di salamelecchi: “Lunghi anni nella gloria del nostro Signore…. Ricorderò nelle mie preghiere te e tutti i vagabondi onesti che vivono in questa Terra…. Un abbraccio di fratellanza e affetto a te….” E così via.
Insomma, veramente un posto mitico. L’ideale per ognuno, la Città del Sole. Un posto senza competizione, in cui i deboli sono protetti a costo della vita della comunità, in cui i giovani sono educati da tutti, in cui non esiste l’ingiustizia, in cui gli anziani sono rispettati come saggi e le donne come sante, un posto senza delinquenza e con un codice di comportamento molto chiaro, basato sulla solidarietà e sulla fratellanza.
Ho letto alcune delle polemiche legate a Lilin. Qualcuno ha avuto da ridire sulla sua buonafede. Si è iniziato a mormorare che le sue siano tutte fandonie. Cito Federico Varese, da Nazione Indiana: “Il recente romanzo italiano di Nicolai Lilin, Educazione siberiana, si ispira in parte alla storia vera dei vory per creare la comunità immaginaria degli urka siberiani, che non sono mai esistiti nelle forme descritte da Lilin (detto per inciso, la parola urka significa semplicemente “delinquente” in russo).” Ma allora perché Lilin insiste(va) tanto sull’autenticità della sua narrazione?
Ad un certo punto, dopo aver presentato il suo libro come un’autentica autobiografia, deve essere successo qualcosa: Lilin ha iniziato a fare marcia indietro. Ma con eleganza, come ci ha insegnato Berlusconi: non dicendo “mi sono sbagliato”, ma “non ho mai detto nulla di simile”, sovrapponendo dichiarazioni a dichiarazioni, passando da “Io fisicamente rappresento quello di cui io parlo, punto e basta” a “Il mio libro è un romanzo, è un romanzo, è un romanzo autobiografico” (le due frasi si trovano nello stesso intervento, a pochi secondi di distanza l’una dall’altra). Ed ecco che, misteriosamente “gli urka non ci sono più… degli urka io ho sentito parlare dai miei vecchi…”. Ma allora, perché avrebbe ricevuto minacce sul suo sito: “Tu devi marcire in galera, tu dovevi essere ammazzato in Cecenia, perché io sono la vergogna di questo paese”? Sarebbe come se Calvino fosse stato perseguitato per aver raccolto le Fiabe Italiane.
Ci sono anche amici suoi disposti a giurare sull’assoluta verità del racconto: “Non posso che confermare TUTTO quello che Nicolai ha scritto in Educazione Siberiana, e dico persino che in molte cose ha volutamente deciso di andarci leggero”, scrive uno su Facebook. Ma come TUTTO? Ma insomma: il libro è stato lanciato come una testimonianza autobiografica, poi è diventato un romanzo autobiografico, ora si comincia a dire che è basato sui racconti degli anziani, che gli Urka non esistono più: che sta succedendo? Questi Urka esistono o no? Sono stati eliminati (estinti? uccisi? dispersi?) oppure no?
Di certo, l’essere andato a presentare il suo ultimo libro a Casa Pound non ha aiutato Lilin ad attirare simpatie. Ma che volete, come ha detto Iannone commentando la serata: “Questa è la conferma che abbiamo fatto bene a invitarlo perché, al di là dell’ anticomunismo, gli riconosciamo l’onestà intellettuale, così rara di questi tempi” (il corsivo è mio). Però, se una cosa che lo ha aiutato c’è, è stata di sicuro la presentazione di Saviano su Repubblica: pare che anche grazie a quella, in ventiquattr’ore Educazione Siberiana abbia venduto 28.000 copie!
Quello che si percepisce al di là del romanzo, è una confusione mentale, una cortina fumogena che copre tutto ciò che si nasconde dietro questi Urka: a volte vittime del comunismo, a volte del capitalismo. E i tatuaggi? A volte si praticano ancora, a volte sono spariti da secoli. E Lilin criminale? A volte lo è, a volte no. Non ci ho capito niente nemmeno io, e alla fine mi sono arreso. Di certo so che la Città del Sole detta Fiume Basso sembra un posto uscito dalla fantasia di uno sceneggiatore di Topolino. E so che il libro Educazione Siberiana è scritto veramente male: la storia può benissimo essere inventata (lo si fa da millenni), ma che almeno sia leggibile!
E so anche che solo Salvatores poteva pensare di trarne un film.

4 commenti a La Città del Sole di Nicolai Lilin

  • Matteo Boero

    Domanda. Non avendo letto il libro, obbligatoriamente “di genere”. Ma non è una delle caratteristiche fondamentali di questo “genere” che ormai è la non-fiction, tenersi a cavaliere tra quella realtà autonoma da romanzo (autonoma perché non rendicontata a nessun principio di realtà) e la sigla, in calce (o meglio a latere, dal momento che in calce farebbe sempre parte della finzione, vedi Manzoni) “è tutto vero”?
    Se è così, dovremmo armarci di coraggio e pretendere dal realismo (come categoria critica, s’intende) la sua sola possibilità: quella di essere una formalizzazione, la cui bontà o tenuta si valuta per altra via che non quella della verosimiglianza. È chiaro che la non-fiction punta moltissimo su quest’ambiguità (come son lontani i tempi di Tarantino!); ma è altrettanto chiaro che è figlia dei nostri tempi, che da Tarantino discendono. La lingua, in definitiva, lo “stile” ci rimane, purché non lo si opponga ai contenuti ma lo si valuti nella sua capacità di farne vedere di nuovi. La vecchia e cara “visione”, insomma. Ma da quanto ho capito quest’Educazione non è proprio un’educazione al vedere…

  • Beppe Leonetti

    Più che di non-fiction, qui si potrebbe parlare di auto-fiction. E quelli che hanno stabilito i confini di questo genere (mi vengono in mente Paul Auster e Safran Foer, per esempio) hanno sempre giocato sull’ambiguità romanzo/realtà. Potremmo anche dire che si tratta dell’eredità di un certo gusto ottocentesco: il narratore di alcuni racconti dell’orrore è spesso dotato di un’ambigua identità, e ci viene fatto credere che quello che stiamo leggendo possa essere un resoconto di qualcosa a cui l’autore abbia realmente assistito.
    Finora, però, si è giocato. Qui c’è un altro “fenomeno”: l’auto-fiction esce dalle pagine del libro, e ne inonda la copertina, il confine tra la realtà di chi legge e il mondo dello scrittore. È un discorso legato anche al romanzo di Saviano, sul quale si è sempre mantenuta una valutazione sospesa: è veramente autobiografico (oggi si dice di no) o è un esempio di auto-fiction, che mescola realtà e “necessità narrativa”?
    Per Lilin, il gioco si è spinto ancora oltre: il suo romanzo viene presentato come realtà assoluta, come testimonianza durissima per la quale l’autore rischia addirittura la pelle. E poi scopriamo essere tutta invenzione. Crediamo a Lilin come crediamo a Tolkien, ma di Tolkien nessuno ci viene a dire che è tutto vero.
    Quindi, per rispondere: sì, è una delle caratteristiche fondamentali dell’auto-fiction il mantenere un equilibrio tra realtà e invenzione, ma la cosa dovrebbe limitarsi alle pagine del libro, da pagina 3 all’indice, e non sbavare oltre. Altrimenti, mi sento preso in giro. Se ho voglia di leggere un romanzo, compro un romanzo, ma se ho voglia di leggere un saggio pretendo di avere in mano un saggio. In entrambi i casi, vorrei fosse scritto bene.

  • Matteo Boero

    Il genere, appunto. Ma forse non ci siamo capiti. Auster e Safran Foer, da quel poco che li conosco (non ho letto per esempio l’ultima fatica di quest’ultimo, che da quello che intuisco vira decisamente al saggio), sono romanzieri a tutto tondo. Ed fin troppo ovvio, come diceva il buon Foster Wallace, che non si conosce autore, anche il più sperimentale, che in cuor suo non vorrebbe essere un realista, cioè in sostanza preso sul serio. Dici bene che è un retaggio ottocentesco, anche se questo (questo tipo di auto-finzione ritornata in auge e mai veramente assopita, intendo) ignora bellamente tutto il soggettivismo modernista, con cui invece dovrebbe fare i conti. Ma il genere di cui parlavo, della non-fiction, è un altro. Saviano appunto, ma non solo, perché prima Saviano l’ibrido tra romanzo e reportage rimonta qui da noi almeno a Parise, e oltre oceano a quel non-romanzo che è A sangue freddo di Capote (lo diceva, forse proprio in quel bel numero dello Specchio “Reale troppo reale”, Andrea Cortellessa). E uno dei corollari di quel genere è proprio creare intorno a sé, e dunque a lato, fuori dal testo, ciò che il testo, contrariamente a quanto faceva il romanzo ottocentesco, non dice: quel che leggi è veramente successo, è tutto vero; e te lo dice una persona in carne ed ossa, mica un libro! Dunque no: una delle caratteristiche del genere di cui stiamo parlando è proprio tenere un equilibrio (o meglio ancora uno squilibrio, ché così se ne parla di più) tra realtà e finzione FUORI DALLE PAGINE DEL LIBRO (vorrei il corsivo ma ancora non ho capito come si fa). E credo che questa sua emorragia sia emblematica di tempi in cui il concetto stesso di marketing e quello di informazione, nel bene e nel male, sono affatto indistinguibili. Fa specie leggere il tuo articolo e poi l’articolo che linki di Saviano. Lui sembra credere a tutto. Ma ripeto, anche se fosse tutto falso il punto starebbe sempre a come si usa la bufala. Welles insegna, come sai meglio di me, che la buonafede degli ascoltatori serve anche a demistificarne l’immaginario. A ‘sto punto, se la bufala fosse proprinata senza rimedio, dovremmo tenerci stretto il buon Tarantino.

  • Beppe Leonetti

    Il problema è in effetti forse soltanto mio: a me non è piaciuto La classe – Entre les murs di Cantet proprio perché non ho capito il gioco tra documentario e fiction. Lì, però, eravamo in presenza di un oggetto particolare: un film semi-documentaristico, basato su un racconto semi-autobiografico. Nessuno mi ha mai detto “è tutto vero” (e sì che avrebbero potuto: il regista nonché attore è anche l’autore della storia, e quindi il vero protagonista della vicenda), ma “potrebbe essere vero”. (Stessa cosa – per restare al cinema – con Guida per riconoscere i tuoi santi, di Dito Montiel: anche questo, diretto dalla stessa persona che ha scritto il libro, basato sulla propria autobiografia.) Ma si tratta della realtà piegata al servizio della finzione.
    Cortellessa, in quell’articolo che citi, parla di reportage: “Se “qui” non succede niente, allo scrittore un mandato sociale resta, in effetti: quello di trasformarsi in un bracconiere di atrocità, collezionista di disagi, sommelier di efferatezze.” E fin qui siamo d’accordo: appunto, A sangue freddo è l’esempio giusto.
    Faccio più fatica ad accettare, invece, una mossa commerciale (perché di questo si tratta, non ci vedo nulla di artistico) come quella di Lilin. Una tattica di depistaggio che straborda dal romanzo, e arriva sui giornali, sui siti internet e in televisione, per me è uno scherzo mediatico, bello e divertente se poi viene svelato, come succedeva alle azioni per cui il collettivo Luther Blissett è diventato famoso negli anni ’90. O, se vogliamo restare al passo coi tempi, si tratta di marketing virale. Non riguarda la letteratura.
    Se invece, come dici tu, siamo di fronte alla tipica emorragia, emblematica dei nostri tempi, bè, c’è qualcosa che non funziona.
    Quando Alex Haley pubblicò Radici, la storia fu presentata come un resoconto autentico della famiglia dell’autore, il quale guadagnò anche un Pulitzer. Kunta Kinte commosse milioni di lettori (e spettatori). Poi, venne fuori che forse erano tutte balle. Non ritirarono il Pulitzer ad Haley, i lettori non gli gettarono in faccia le copie del libro. Però immagino si sentirono traditi.
    Ciò che intendo dire è che se il famoso contratto che, all’inizio del libro, uno scrittore stipula con il lettore viene violato (fosse anche per questioni legate al tempo in cui viviamo), se quindi non c’è più nulla di vero e di inventato, crolla la funzione della letteratura, della lettura – e anche dell’informazione. Un conto è mostrare quanto questi sistemi siano oggi vulnerabili. Altro è sfruttare la loro vulnerabilità per il proprio tornaconto.

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