Un attore mediocre

“Pubblicando con Mondadori Saviano ha generato conflitto.
Sta facendo venire al pettine nodi grossi.
E’ + di quanto abbia fatto l’opposizione.”
“Far venire nodi al pettine è tanto un dovere civico e politico,
quanto un compito specifico dello scrittore.”

Wu Ming, tweet 18/04/2010

Per vestire i panni di Jake La Motta in Toro Scatenato (Raging Bull, 1980), Robert De Niro è ingrassato di circa trenta chili. La sua interpretazione è sublime, emozionante (vince l’Oscar come miglior attore protagonista). Ma la sua salute è a rischio: Scorsese decide di accelerare la fine delle riprese per permettere all’amico di riprendere il suo peso forma. Per consentirgli di dismettere i panni di La Motta.
De Niro è un grande attore, e sa rendersi conto che a un certo punto arriva il momento di liberarsi di un personaggio, di svestirsi dei panni che ti hanno reso celebre: per evitare di fare danno a te stesso, per progredire, e per impedire al pubblico di identificarti per sempre con quella maschera. Per evitare di renderti ridicolo. Sono tante le biografie di attori che hanno fatto la scelta sbagliata, per apparente comodità, per necessità o per un calcolo errato, e ne hanno pagato le conseguenze. Così come sono tantissimi quelli che sono riusciti a riprendersi, dando un’improvvisa svolta alla propria carriera. Un attore rischia di smettere di essere un attore e diventare una caricatura. Questa è una delle principali differenze tra un grande attore e uno mediocre (“The talent is in the choices” è una frase attribuita a De Niro). Questo è il motivo per cui Roberto Saviano è un attore mediocre.

In questi giorni è riemersa l’annosa questione, ovvero: “Pubblicare per Mondadori, Einaudi o altre case editrici appartenenti al gruppo di cui Berlusconi detiene la maggioranza delle azioni, è sbagliato se un autore non simpatizza col presidente del consiglio?” (Helena Janeczek).
L’annosa questione ce la trasciniamo da anni. È un problema, rappresenta un dibattito serio non perché ci siano scrittori “venduti”, ma perché c’è nel nostro paese un evidente e irrisolvibile conflitto di interessi: è questo il vero problema che andrebbe affrontato e sbrogliato, non quanto sia lecito pubblicare con certe case editrici piuttosto che con altre.
L’annosa questione si è trasformata in dibattito pubblico nel 2002, in seguito alla decisione di Giorgio Bocca di lasciare la Mondadori e passare alla Feltrinelli. Alcuni hanno iniziato a chiedersi perché altri scrittori non facessero lo stesso. Il dibattito, negli anni, è stato affrontato su Indymedia Italia, Carmilla, Il Mucchio, Giap!, Nazione Indiana, e ha coinvolto tutti: Valerio Evangelisti, Wu Ming, Carlo Lucarelli, Enrico Brizzi, Marco Paolini, Andrea Camilleri eccetera. Ha avuto un ritorno d’onda alla fine del 2009, quando Paolo Nori ha iniziato a collaborare con Libero, e attraverso Nazione Indiana Andrea Cortellessa ha chiesto spiegazioni.
Gli opposti punti di vista sono semplici da sintetizzare: pubblicare con case editrici appartenenti a Berlusconi fa il suo gioco, gli permette di arricchirsi e quindi tutte le parole di “opposizione” espresse da certi scrittori non sono altro che trovate pubblicitarie, perché tutti hanno un prezzo, e di fronte alle prospettive di vendita e di distribuzione che editori come Mondadori eccetera offrono, tutti si arrendono; un vero antagonista avrebbe scelto di pubblicare con case editrici indipendenti. Le risposte, ben riassunte nel 2004 da Wu Ming, sono per me soddisfacenti: noi abbiamo conquistato una posizione tale, all’interno della casa editrice, che ci permette di imporre le nostre richieste, il gruppo Mondadori è un labirinto, non obbedisce direttamente agli ordini del capo, noi lo usiamo, non è lui a usare noi: non lo facciamo arricchire ma usiamo i suoi canali per promuovere anche le case editrici indipendenti con cui pubblichiamo (come Derive/Approdi). Soprattutto quest’ultimo argomento mi è sempre sembrato il più convincente.
Ma poi, quando uscì la recensione di Paolo Nori su Ammaniti per Libero, Andrea Cortellessa si imbestialì. Dico io: giustamente. Scrivere per un giornale “fecale e coprolalico” come quello non è la stessa cosa che pubblicare libri con Mondadori. E siamo d’accordo. Lì c’è un diretto interesse redazionale, lì è più facile un controllo sul materiale pubblicato, lì non si possono pubblicare un certo tipo di idee. Quello è vendersi, senza dubbio. Quello è accettare. Anche perché, se accanto a Di Pietro. La storia vera di Filippo Facci, Mondadori pubblica un certo tipo di catalogo (per non parlare, ovviamente, di Einaudi), Libero cosa pubblica?
Oggi l’annosa questione si ripresenta, grazie alle sempre acutissime parole del signor Berlusconi, il quale ci aveva già provato a novembre (“Se trovo chi ha scritto La Piovra lo strozzo.”), e ci riprova adesso (“La mafia italiana risulterebbe essere la sesta al mondo ma è quella più conosciuta” anche per i film e le fiction che ne hanno parlato, come “le serie della Piovra” e in generale “la letteratura, Gomorra (di Roberto Saviano ndr) e tutto il resto.”). Lui ci prova. Sono segnali preoccupanti, perché quello in genere le cose le dice due volte, e la seconda è sempre un ordine. Quindi forse la preoccupazione, lecita, di Saviano è che si decida improvvisamente di non pubblicare più nulla sull’argomento mafia-camorra-criminalità. Sancendo un silenzio che possa permettere a tali organizzazioni di imperare in tranquillità. Non ci stupiremmo se queste sparate del signor Berlusconi fossero conseguenze di certe telefonate da lui ricevute.
Eppure, il nostro giovane scrittore, colto dalla consueta dissenteria verbale che lo caratterizza, non ha saputo trattenersi, e ha voluto replicare dimostrando che evidentemente la posizione del signor Berlusconi è forte e inattaccabile. In questo ha ragione Wu Ming: “Pubblicando con Mondadori Saviano ha generato conflitto. Sta facendo venire al pettine nodi grossi.” Solo che i nodi sono la legittimazione dell’operato del signor Berlusconi, la conferma  implicita del suo essere un editore liberale (come diceva Emilio Fede). Marina Berlusconi, nella risposta a Saviano, ha ragione: il padre non fa censura, casomai la censura la fa Saviano stesso, chiedendo il silenzio del presidente del consiglio.
Ecco la replica di Ricky Cavallero, direttore generale Libri Trade Mondadori: “Sarebbe forse troppo semplice cercare di rispondere ai dubbi da te pubblicamente espressi citando i numerosissimi casi in cui il gruppo Mondadori si è esposto per dar spazio a voci scomode e controcorrente, che hanno pagato – come tu stesso stai pagando in prima persona – un prezzo personale altissimo. Nel corso degli anni abbiamo infatti pubblicato autori come Salman Rushdie con Mondadori e Ayaan Irsi Ali con Einaudi, così come altri giornalisti d’inchiesta in aree del mondo “ad alto rischio””. Intervento che riflette le parole di Marina Berlusconi di qualche giorno prima: “Il gruppo Mondadori ha garantito a Saviano e a tutti gli altri suoi autori la massima libertà di espressione. Lo ha sempre fatto e continuerà a farlo”. Ecco fatto, Saviano, sei servito: non puoi negare che noi non siamo vicini a quei rompicoglioni che non si fanno i cazzi loro. Quindi rientra nei ranghi e stai tranquillo.
La replica del Gruppo, espressa dapprima dall’amministratore delegato (che porta un cognome scomodo) e poi da uno più “insospettabile”, non poteva essere diversa. E Saviano avrebbe dovuto saperlo. A parere mio, ha perso un’occasione per stare zitto, e si è confermato un mediocre attore intrappolato nel proprio personaggio (“Salviamo Saviano dal suo personaggio”, scriveva Alessandro Dal Lago qualche tempo fa). Dovrebbe smettere i panni della vittima, per non rendersi ridicolo. È ancora in una posizione forte, è ancora in tempo per poterlo fare. 

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