«L’arte della politica insegna agli uomini a intraprendere cose grandi e radiose, ta megala kai lampra, nelle parole di Democrito; fin quando la polis è capace di ispirare agli uomini il desiderio di osare lo straordinario, tutto è salvo; ma se essa perisce, tutto è perduto».
Hannah Arendt
Clint Eastwood è stato probabilmente il maggior cineasta del primo decennio del nuovo secolo. Titoli come Mystic River, Million Dollar Baby e Gran Torino spiccano come vette poderose e ravvicinate di una carriera in continuo crescendo. Per gli anni Zero, in realtà, si deve parlare di una vera e propria catena montuosa, visto che la produzione eastwoodiana ammonta a una decina di film, con la media implacabile e martellante di uno ogni anno. Ha quasi del prodigioso il lasso di tempo, tutto sommato assai breve, nel quale il buon vecchio Clint è riuscito a tirare fuori alcuni capolavori epocali. Davvero niente male per un vecchietto di ottant’anni.
Per il pensiero e per l’arte le strade non sono mai perfettamente definite. C’è il genio precoce, il cui spirito manifesta fin da subito intuizioni vaste e nitide, salvo esaurirsi altrettanto velocemente per troppa intensità. Si tratta di una figura cara a una certa sensibilità romantica: gli eroi son tutti giovani e belli, diceva una canzone famosa di qualche tempo fa (frase che vale evidentemente per qualsiasi “eroe”). C’è poi il genio costante, quello per il quale in ogni progetto affrontato si apre e si chiude un mondo intero. Ogni creazione è in questo caso maniacale e totalizzante, l’epifania di un nuovo universo, che si svela chiudendone un altro. La magnificenza del risultato è pari solo allo sfinimento che essa comporta. Dice Sergio Leone: «Kurosawa ed io – e pochi altri registi sopravvissuti, ammesso che esista questa razza di persone – non siamo tipi da avere crisi di astinenza. Non puoi girare un film come si insacca un salame. Da un progetto come Ran o C’era una volta in America si viene fuori con la bocca asciutta, la testa in fiamme e l’anima a brandelli». Per il tipo costante, dunque, il livello si mantiene sempre massimo, a fronte però di inevitabili pause creative. Infine si dà un tipo di artigiano che lavora seriamente alla sua opera, perfezionando progressivamente la sua arte, definendo il suo stile, puntando umilmente su quel che gli riesce meglio: si tratta di un individuo da cui si pensava di non potersi aspettare nulla di straordinario e che invece, maturando lentamente, cocciutamente, rivela una genialità tardiva e insospettabile. Ecco, il buon vecchio Clint sembra appartenere a questa terza categoria, con buona pace di tutti coloro che l’hanno considerato, fino a non molto tempo fa, per lo meno con sufficienza, quando non proprio con malcelato fastidio. Ha dovuto però faticare non poco e sfornare tre o quattro capolavori in dieci anni per vedere riconosciuta la sua grandezza cinematografica. Sui suoi “segreti” si parla e si scrive molto, spesso a sproposito, come succede evidentemente ogni volta che si ha a che fare con un “caso” come il suo. Non voglio entrare nel merito di questo dibattito, se non dicendo molto brevemente che non c’è, mi sembra, alcun segreto. Eastwood è uno degli ultimi grandi autori del cinema classico americano, che punta da sempre su alcuni ingredienti vincenti: buone storie, ben strutturate, raccontate in modo solido e credibile, con una certa predilezione per il quotidiano e la vicenda di strada, letti però nell’ottica di quel che portano con sé di stra-ordinario, di bello, tragico, problematico, senza indulgere a conclusioni troppo facili per non apparire banali, riducendo all’essenziale i dialoghi (mai strillati, mai isterici, come accade invece a troppo cinema italiano) e puntando invece di più sulla forza delle immagini, privilegiando uno sguardo duro e sobrio allo stesso tempo, tagliente e viscerale. A queste caratteristiche classiche si aggiunge il lievito necessario a dare loro corpo: la sensibilità del buon vecchio Clint, sempre più ispirata e impareggiabile nel rappresentare i chiaroscuri di una vita mai univocamente riducibile ad alcuno dei suoi aspetti. L’ultima sua fatica, Invictus (2009), giunta a conclusione di un decennio straordinario, conferma il recente cammino eastwoodiano. Non voglio scrivere una recensione del film, né discutere della questione se si tratti di un esito degno dei titoli citati in precedenza (cose che forse non sarei neppure in grado di fare). Mi interessa però condividere qualche riflessione sulla vocazione didattica e politica del film.
Invictus dovrebbe essere fatto vedere in tutte le scuole, se non fosse che tutto ciò che viene presentato agli studenti – per come viene presentato – è quasi sempre destinato a suscitare disgusto e indifferenza. Dovrebbe addirittura essere fatto vedere in tutti i parlamenti, i senati, i consigli regionali e comunali, se non fosse che poco potrebbe contro la spudoratezza, la mediocrità, il malaffare di molti che vi siedono. Il fatto è che si tratta proprio di un’opera didattica nel senso più nobile della parola (ripeto: didattica e non didascalica). È già qualche tempo che il buon vecchio Clint manifesta di tenere in modo particolare ad una certa dimensione “impegnata” del suo cinema, cosa che lo ha portato ad affrontare, con la sensibilità di cui sopra, temi anche scottanti del dibattito contemporaneo. Questo impegno, che si unisce a un rigore morale sempre più marcato, comincia ad assumere, già in Gran Torino, una certa venatura pedagogica, tendenza che giunge a pieno compimento nella sua ultima fatica. È come se a Eastwood non bastasse più sfornare “solo” grandi film, e neanche “solo” film impegnati, ma volesse anche insegnare qualcosa con essi. Lasciare una traccia non solo estetica, o estetico-politica, ma soprattutto didattico-politica. Quasi egli sentisse in pieno una responsabilità radicale, che travalica il suo semplice mestiere di regista. La responsabilità di essere per gli altri – cioè per il suo pubblico sempre più vasto, presente e futuro – motivo di ispirazione, come fa dire al suo Mandela. In questo caso, si tratta di un insegnamento che ha per tema niente di meno che l’essenza della politica.
La storia è nota. Il film narra di come Nelson Mandela (Morgan Freeman), all’indomani della sua elezione a presidente della Repubblica del Sud Africa nel 1994, decida di puntare sul rugby come motivo di riconciliazione nazionale di un paese profondamente diviso da decenni si segregazione razziale. Mandela viene presentato come il regista di una politica dell’incontro: convoca il capitano della nazionale di rugby François Pienaar (Matt Damon) per investirlo della missione di vincere i campionati del mondo del 1995, ospitati proprio dal Sud Africa; obbliga i rugbisti a organizzare stage con i bambini neri dei quartieri poveri (presso i quali il rugby è ancora percepito come lo sport dei padroni bianchi, quindi odiato); trattiene praticamente tutto lo staff della precedente amministrazione; inserisce nella propria scorta personale agenti bianchi del suo predecessore, de Klerk; si prende i fischi di un intero stadio per andare a complimentarsi con un bianco munito della nuova bandiera multicolore della Rainbow Nation. Eastwood sottolinea come Mandela, di fronte a problemi enormi e ben più gravi di un campionato del mondo di rugby, sia però consapevole che una grande impresa sportiva può unire le persone molto più di ogni possibile comizio e perfino più di tante leggi e provvedimenti governativi. Qui sta il grande insegnamento che il film vuole presentare.
In primo luogo, lo sport è riscattato dalla visione, in fondo cinica, che se ne ha quando si pensa all’antico adagio del panem et circenses (magari in riferimento ai fatti violenti che ogni settimana affliggono gli stadi italiani). Come a dire che non c’è solo la politica che sfrutta il “circo” per tenere buoni e, quindi, vessare meglio i cittadini, secondo una concezione per così dire “neroniana” della spettacolarizzazione dei giochi pubblici. C’è anche una politica – verrebbe da dire “olimpica”, nel senso delle antiche olimpiadi – che lavora a creare, tramite questi giochi, legami più solidi tra i membri della comunità, ad accrescere in loro il senso di un destino comune. In questo modo lo sport non è più semplice attività fisica, gioco di abilità, cimento personale, passione privata, ma viene innalzato al piano delle grandi res gestae. Da questo punto di vista, il caso degli Springboks sudafricani non è certo l’unico, ma solo uno del tutto particolare tra gli ultimi accaduti. Un altro esempio assai significativo è sicuramente quello della nazionale di calcio della Germania riunificata dopo la caduta del Muro di Berlino, che, vincendo il mondiale italiano del 1990, diede subito la misura – prima di tutto ai tedeschi stessi, dell’Est e dell’Ovest – di ciò di cui poteva essere capace una Germania di nuovo unita. O anche la vittoria della nazionale di calcio dell’Iraq alla Coppa d’Asia nel 2007, quindi a pochissimi anni dalla fine di una guerra folle che ha ridotto il paese in un cumulo di macerie ancora fumanti. In quest’ultimo caso, però, è mancato un Mandela che sapesse trasformare questa vittoria in un motivo di riscatto.
Qui sta il secondo e più grande insegnamento della pellicola di Eastwood, che non inventa nulla, ma si limita a ricordarci cose che già dovremmo sapere. Prima di essere attività legislativa, programma ideologico, governo di un popolo, prima di essere qualsiasi altra cosa, la politica è la dimensione delle azioni che gli uomini intraprendono insieme. È proprio il mondo delle res gestae, come sapeva bene l’antichità greca e romana. Si tratta del campo delle imprese comuni, tramite le quali gli uomini, agendo in prima persona, tenendo discorsi, progettando collegialmente, articolano lo spazio della res publica. Non è un caso che Ottaviano Augusto, come restauratore della res publica romana, sebbene sotto le mentite spoglie del principato, senta la necessità di incidere su pietra il suo personale Index rerum gestarum, che fa esporre nelle principali città dell’impero come documento e insieme celebrazione del bíos politikós del più illustre civis romanus. Erede di questo modo antico di intendere la politica sono in un certo senso gli stessi Stati Uniti di Eastwood, che portano fin dal preambolo della costituzione il ricordo e il suggello di un’impresa comune (We the People). Il buon vecchio Clint traspone in immagini la lezione di Hannah Arendt secondo cui «la sfera politica sorge direttamente dall’agire-insieme, dal “condividere parole e azioni”». Il Mandela/Freeman che egli mette in scena non fa altro che dare avvio ad azioni nuove, chiamando gli altri a condividerle, a farle crescere, a svilupparle, a portarle a compimento, includendo quanto più possibile ed usando la sua parola carismatica per correggere persino le opinioni di rivalsa dominanti tra la sua gente: emblematico, nel film, è il momento in cui convince i nuovi membri di quello che è una sorta di comitato olimpico nazionale a non cambiare nome e colori della squadra di rugby sudafricana. Il capitano di tale squadra, Pienaar/Damon, diviene il “suo” capitano, viene coinvolto nel progetto mandeliano di riaggregare le varie anime del paese attorno alle gesta degli Springboks. L’impresa di un pugno di atleti può divenire l’impresa di un paese intero: non solo attraverso le vittorie, ma anche attraverso lo spirito combattivo, le parole aliene di un inno fino a poco prima detestato, l’insegnamento dello sport dei padroni a gente che non ha nulla se non le proprie braccia e una cocciuta gioia di vivere, la capacità di guardare avanti invece di odiare sempre solo al passato. Proprio il perdono, in quest’ottica, si rivela come una delle più potenti azioni di Madiba, poiché esso, come sottolinea ancora la Arendt, «è la sola reazione che non si limita a re-agire, ma agisce in maniera nuova e inaspettata». Tanto i suoi assistenti neri quanto il capitano bianco degli Springboks rimangono letteralmente spiazzati dalla volontà di perdono del nuovo presidente, come sottolinea anche Saviano: «Il capolavoro politico del detenuto 46664 – questo il codice di matricola nei trent’ anni di prigionia di Mandela – fu quello di “sorprendere”». La sorpresa per un verso sembra essere follia, ma per l’altro è autentica ispirazione.
Questo è il terzo insegnamento del film di Eastwood. L’ispirazione. Quando Mandela/Freeman chiede a Pienaar/Damon in che modo guidi i suoi compagni di squadra, questi risponde dicendo di cercare di dare l’esempio: è il senso di responsabilità e di dovere che ha un capitano verso i suoi uomini, certo necessario, ma da solo – questo ci fa capire il buon vecchio Clint – insufficiente. Non basta essere un modello nei comportamenti, non basta essere un ottimo esempio, perché si rimane sempre e solo un esempio. Serve invece ispirare qualcosa di grande e inaspettato negli altri, affinché questi possano tirare fuori quanto altrimenti non crederebbero mai di avere. Gli uomini non debbono solo essere messi di fronte al buon esempio – cosa che può generare anche senso di inadeguatezza, invidia, disprezzo –, ma debbono essere resi partecipi di un’impresa comune. Solo prospettando loro azioni grandi e straordinarie per la comunità l’uomo di governo diviene un buon politico. Questi è fonte di ispirazione per i suoi cittadini, in modo analogo a come Mandela lo è stato per il sudafricani.
Superfluo e però sempre necessario constatare che a questo nostro paese mancano fondamentalmente l’una e l’altro. Non solo l’ispirazione, ma troppo spesso anche l’esempio. Non solo un Mandela, ma anche un Pienaar. Per non parlare di un Eastwood. Quando lo spazio comune dell’azione politica è risucchiato in un vuoto di sfiducia e disinteresse; quando la politica democratica diviene oclocratica e demagogica; quando i governi non cercano più di coinvolgere i cittadini in imprese comuni, ma pretendono solo il consenso plebiscitario di una massa anonima; quando prevalgono vuote dispute ideologiche, tese al più a mascherare espliciti interessi lobbistici o addirittura squallide mire personali; quando le cose stanno così, ciascuno è ricacciato in se stesso, nel chiuso della propria vita privata. Privata, nel senso privativo che le accordavano gli antichi. In questa condizione, non ci restano che le parole della poesia di W. E. Henley, che ispirò Mandela nei suoi lunghi anni di reclusione e che dà il titolo al film:
Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.




















non sono pienamente d’accordo sul giudizio sull’opera del buon vecchio CE (anche se mistic river è un film potentissimo, lo ammetto), ma questo post è stato proprio interessante. grazie.
un post magnifico.
Penso però che Eastwood sia la dimostrazione vivente che la sinistra, tutta, ha completamente sbagliato atteggiamento, negli ultimi quarant’anni. E ora si trova con un disperato bisogno di machismo, di pene (nel senso proprio dell’organo maschile), ma al suo interno non ha punti di riferimento.
La passione per Eastwood (che io personalmente non amo) da parte di certa sinistra, è una sorta di bonaria invidia del pene. Noi vorremmo essere come lui, duri, concreti, pragmatici, tosti. Ma sono quarant’anni che facciamo solo discorsi pacifisti, antimilitaristi, antiproibizionisti, vegetariani, vegani, d’amore fraterno e fiori nei cannoni, e ora non ce n’è uno tra noi che non sia un mollaccione. Abbiamo abbandonato l’esercito, abbiamo estromesso dal nostro pensiero la critica della violenza, della guerra, della forza, delegandole alla destra. E ora la destra ce li restituisce, avendo fatto progressi incredibili (come illustra il post di Gianfranco), e lasciandoci ovviamente ammutoliti e ammirati.
Invece di osannare un vecchio fascista di ottant’anni, dovremmo produrlo noi un giovane ‘fascista’ di sinistra (un nazicomunista, come viene definito Žižek da certa stampa pop), o almeno iniziare una critica seria della violenza e della forza.
Un grazie di cuore per i complimenti. Fa piacere che queste riflessioni abbiano incontrato il vostro interesse.
Vedo che il buon vecchio Clint divide ancora, ed è un bene.
@ Beppe: ho scelto di parlare di questo film per quello che, mi sembra, ci mostra con una certa forza, cioè l’anima originaria della politica, quella “buona”, che precede, come tale, le distinzioni ideologiche. La politica non è primariamente ideologia, ma azione comune, questo l’assunto generale, che non si riferiva alla sinistra più che alla destra. La chiosa finale era sullo sfascio italiano, non faceva riferimento ai mali della sinistra. Non mi interessa mettere quest’ultima sul lettino di Freud e compagnia bella, non mi entusiasmano queste spiegazioni psicanalitiche, lo confesso. Mi interessa invece capire le ragioni profonde di questa deriva e cosa opporle. Ecco, opporle il solito refrain, molto italiano, su destra/sinistra non mi sembra la cosa più efficace del mondo.
Proprio per l’usura di queste categorie ormai logore, che fungono spesso da vere e proprie maschere in senso nietzscheano, vorrei anche limitare il più possibile l’utilizzo di certi termini. Permettimi perciò di dissentire totalmente dal giudizio secondo cui Eastwood è un “vecchio fascista”. E’ probabilmente un “conservatore”, certo un uomo all’antica, ma al contempo uno che non ha paura di fare i conti con i problemi del proprio mondo (eutanasia, razzismo, ecc.) in modo più autentico di molti altri cineasti, letterati, filosofi, intellettuali, di destra e di sinistra, del nord e del sud, di centro o di periferia. Ciò che viene apprezzato, dei suoi ultimi film, non mi sembra essere il pragmatismo, il decisionismo o il machismo, bensì -lo ripeto – la straordinaria sensibilità e il rigore morale con cui riesce a cogliere la complessità delle vicende che mette in scena. Inoltre, la scelta di filmare una storia con protagonista Nelson Mandela, primo presidente nero del Sud Africa, amico di Gheddafi e Castro, chiamato dai suoi collaboratori “compagno Madiba”, non mi sembra un’iniziativa criptofascista. Credo invece che il buon vecchio Clint, fondamentalmente estraneo agli scontri ideologici europei, stia godendo di quella saggezza, tipica di molti vecchi, fatta di buon senso, umanità e una certa vena dolente. Che poi non piaccia come regista, che non piacciano i suoi film, come detto, è una questione sulla quale non credo di poter dire nulla.
Mi scuso per la prolissità della replica, non volevo scrivere un post del post.
Grazie per la pazienza
Sono stato poco preciso nel mio intervento, e me ne scuso.
Quello che apprezzo nel tuo articolo è proprio l’aver posto l’accento sulla politica come vita activa: oggi, in un periodaccio durante il quale, soprattutto nel nostro paese, la politica è letta come una cosa da subire, o al massimo da guardare di sfuggita. Ecco, oggi i memento della Arendt andrebbero ripetuti quotidianamente, e sulla questione mi fermo qui perché penso che siamo d’accordo.
Meno d’accordo lo siamo sulla questione destra/sinistra. Sarò un vetero*, ma ritengo l’assenza di idee il male della nostra epoca (grazie!): con idee intendo quelle cose che alcuni chiamano ideologie, e non le idee come programmi di un partito. La politica italiana sta tendendo a quella anglosassone, dove non esiste altro che un unico partito diviso in due fazioni. Chi dice la cosa più intelligente, vince. In Inghilterra, dove Brown ha appena annunciato la data delle elezioni, si vende il libro “British politics for dummies”: per orientarsi e decidere cosa votare. Ecco, questo a me fa paura. Mi fa paura Bersani, quando dice “Oggi non si vota un partito, un’idea, ma si vota un programma”. Questo tipo di politica, che si può espletare con il voto o la partecipazione all’interno di microrealtà, è un tipo di politica mafioso, secondo me: ottengo ciò che voglio, allora funziona, altrimenti volto la mia testa da un’altra parte.
Il tipo di politica che intendi tu, e che forse è il punto più alto del concetto di politica, non poteva funzionare in una democrazia rappresentativa come lo era la nostra quando c’era la democrazia. Nè può funzionare in un mondo in cui le realtà non sono più i quartieri o i paesi, ma i continenti (Non credo alle realtà comunitarie: queste sono anacronistiche, altro che le ideologie). Nè può funzionare in un momento come il nostro, in cui il significato della parola democrazia è cambiato.
Concludo questo mio noioso intervento con Clint. Ogni volta che quello fa un film (e ne fa uno all’anno), io perdo un amico. E pazienza.
Ciò che intendo dire è che di sicuro si è rimbambito meno di altri, in vecchiaia. Perché un certo pubblico (se non piace la sinistra parola sinistra) lo ha ignorato quando interpretava il fascismo giustiziero anni ’70, giudicato un argomento poco ‘consono’. E così, quello nel frattempo è cresciuto, è invecchiato e si è potuto permettere di fare riflessioni sull’eutanasia (tabù da noi, anche a sinistra), sul razzismo e l’immigrazione (questione ancora non chiarita, da noi, anche a sinistra), sull’integrazione (questione ancora non chiarita, da noi, anche a sinistra). E mentre noi siamo rimasti a menarcela con le riflessioni sul rapporto padre-figlio, sulla commedia e sul comune senso del pudore, ci troviamo ad aver perduto un’intera fetta di riflessioni che, se fossimo stati meno snob, avremmo fatto nostre. Tutto ciò è indubbio, è indubbio che il gusto cinematografico (artistico in genere), soprattutto negli anni ’70 e ’80, è stato (è ancora) un gusto ‘politico’ o dettato dalla politica, che escludeva certi argomenti poco apprezzati dai più. Tali argomenti (come dicevo sopra: violenza ecc) dovrebbero essere ripresi e affrontati.
I thought Clint Eastwood was great in Gran Torino. A friend of mine saw Here After last night and told me it had no story but was a cool idea.