Ieri sera, anziché continuare a farmi il sangue amaro coltivando vane speranze elettorali, sono andato al cinema. Ho visto Il profeta, un film del quale hanno parlato bene in molti.
E devo dire che chi trova sia un bel film non ha tutti i torti. La qualità registica è notevole. Belle immagini, belle inquadrature, magnifica fotografia, un montaggio misurato ed efficace, scelte musicali quasi sempre appropriate. Il film è lungo. Ma forse un romanzo di de-formazione come questo richiede qualche minuto in più di montato rispetto alla norma.
Insomma, tutto bene?
Direi di no.
C’è una cosa che proprio non va in tutta l’operazione e ha a che fare con lo sguardo del regista e dei quattro sceneggiatori sulla realtà. Il gruppo ha costruito una crime-story che ci parla del crimine, dei criminali (organizzati e non) e dell’educazione di una canaglia dimenticando un piccolo dettaglio: le vittime. Si perché, sebbene gli autori sembrino ignorarlo, per ogni crimine commesso ci sono due parti in gioco, una che offende e l’altra che è offesa. Nel film di Audriard, invece, una delle due parti è assente. Ci sono solo carnefici che regolano i propri rapporti sulla base di più o meno definiti codici d’onore, etiche criminali e istinti di sopravvivenza. E siccome si scannano tra cattivi, non c’è nulla di male. Anzi, lo spettatore può applicare anche il proprio abituale metro di “giustizia”, scegliersi la propria canaglia di riferimento e fare il tifo. Può gioire e soffrire con lei. Può affezionarsi e provare per lei quella compassione che la canaglia proprio non può provare per i suoi nemici, e che lo spettatore certo non le chiede di provare, trattandosi di carogne più carogne di lei.
Ma le vere vittime del crimine, le persone che il crimine (organizzato e non) lo subiscono, beh … quelle non ci sono. Restano fuori dall’inquadratura. E con loro resta fuori dal quadro anche ciò che rende il crimine odioso: la sua ingiustizia.
Alla fine il regista non fa altro che raccontarci una banale storia di lotta all’ultimo sangue per il primato in un settore secondo le logiche del mercato e con una schematicità da manuale di management.
Il presupposto è che tutte le imprese sono fatte di squali. Ci sono le multinazionali (pesci grandi, crimine organizzato) che cercano di irreggimentare con la costrizione gli attori indipendenti (i pesci piccoli) e si spartiscono il mercato. E gli va bene. Finché non trovano un pesce piccolo molto furbo, che rischia in proprio (come ogni buon imprenditore dovrebbe saper fare) e con tecniche di mercato e strategie innovative, nonché un’applicazione scientifica della propria amoralità ai danni dell’immoralità dei pesci grandi, li sbaraglia, compie la scalata al cielo e porta a casa (oltre che la propria pelle) l’intero bottino. Che poi il nuovo vincitore abbia facoltà di fottere il consumatore finale (nel nostro caso, la vittima del crimine) non rileva.
Sembra una parabola della new-economy. E neanche delle più intriganti.
Alla fine Il profeta è un film più facile e banale di quello che sembra. E, come direbbe il poeta, “Se c’è una cosa che è immorale / è la banalità”.




















A me sembra invece che il punto fosse proprio quello, che la lettura fosse esattamente contraria alla tua: descrivere cioè come il percorso del protagonista lo porti a distaccarsi da sé e dalla sua umanità iniziale.
Il vuoto di cui parli (l’assenza cioè delle vittime) riempie e pervade la pellicola in modo così marcato da non poter essere, secondo me, casuale ed il silenzio morale del protagonista è assordante e fastidioso: una nota dissonante che accompagna tutta la pellicola. È impossibile empatizzare con lui.
I meccanismi di questa ‘new-economy’, dunque, ci svuotano, ci costringono a dimenticare o reprimere il nostro lato umano ed il prezzo del successo è l’annichilimento totale.
Quello che esce di prigione, alla fine del film, è un idiot savant, un poveretto, e i toni mi sembrano si estetizzanti (è pur sempre un film di genere) ma tutt’altro che apologetici.
Mi paiono anzi piuttosto critici nei confronti di un sistema corrotto alla radice dove un percorso che dovrebbe essere di recupero si dimostra invece propedeutico alla più efferata criminalità.
Sospetto che il tuo umore post elettorale (che condivido) abbia contribuito a questa chiave di lettura che molto rispecchia l’andamento della cosa pubblica italiana… ;)
Devo dire che uscendo dalla sala, dopo centocinquanta minuti di visione, mi sono posto più o meno lo stesso problema. Qual è, in sostanza, il messaggio del Profeta? Leggendo Bunker, che in materia di carceri mi pare abbastanza imprescindibile, non hai mai il dubbio da che parte stare. Nonostante la metafora che l’autore di Come una bestia feroce amava ripetere spesso (se mettessimo sul piatto ciò che io ho fatto alla società e ciò la società ha fatto a me, non so da che parte penderebbe l’ago della bilancia) il lettore sa benissimo da che parte pendere. In fondo, il gioco di Audiard vorrebbe essere lo stesso: non si tratta di trascurare le vittime (quando mai Bunker spende mezza riga per la prospettiva delle sue?): la vittima è lo stesso Malik, costretto a diventare un assassino suo malgrado, e suo malgrado soggetto a un’interminabile sequela di angherie (prende botte per tutto il film). Ma il tuo rilievo è leggitimo. Il giovane non si ribella, anzi sfrutta questo stato di cose. Da vittima, insomma, diventa carnefice. Ora potremmo discutere quanto questo punto di vista, specie nel contesto di genere in cui bene o male si muove Audiard, debba a una poetica postmoderna (una tra le tante, s’intende) assai più che alla metafora della new-economy cui facevi riferimento (e che non mi pare propriamente centrale: certo, vi si può applicare, perché tutto si tiene, ma non di più di certo darwinismo sociale che almeno cronologicamente le preesiste). Ma insomma, il punto è un altro. Ed è, correggimi se sbaglio, la questione sulla quale chiudi un po’ ad effetto il tuo post: cioè la questione morale. Ebbene, credo si possa eccepire sulla riuscita del tentativo di pre-moralizzare il tutto con la vena misticheggiante (sin dal titolo) cui accennavo nel mio post. Malik profeta-bambino, Malik, appunto, premorale (si vedano tutti i confronti, a partire da quello sessuale, con la prima vittima, quella che lo battezza come assassino). In effetti tutt’ora, ripensandoci, ci sono almeno un paio di passaggi in cui la soluzione mi pare pretestuosa e accessoria. Ma me ne vengono un altro paio (penso soprattutto alla scena dei daini) in cui è prefettamente interpratata, in termini di azione, all’interno del genere (quando mai si è visto un colpo di scena tanto implicato e al tempo stesso indipendente dall’abilità della protagonista?). Insomma, il tentativo di affrontare la questione morale c’è eccome. Ma non si tratta, evidentemente, di un corpo a corpo. È piuttosto un misto tra distacco naturale (di Malik) e superstizione (degli altri che lo ritengono profetico). In definitiva, se qualcosa si può imputare al Profeta non è d’aver banalizzato la realtà, ma di non essere stato in grado di crearne compiutamente un’altra capace di riscattarla.
@Giona@
detto per inciso, Malik non perde affatto la sua umanità inziale: vedi proprio la scena finale che tu citi (ma vedi anche il rapporto con l’amico morente). I toni non sono né apologetici né estetizzanti (estetizzanti?): sono ironici! Quel suo gesto che tiene lontano il suo impero (le auto.. ) dalla moglie e dal bambino dell’amico di cui si è curato (e alla quale propone di accompagnarla con un pullmann) è un gesto umile che suscita un sorriso, non certo sarcastico. Altro che idiot savant: abbiamo davanti un gentiluomo, un eroe. Su questa ambiguità finale sono perfettamente d’accordo con Gianfranco.
@ Giona: Secondo me, fai un investimento di fiducia nel “non detto” e dunque nelle intenzioni del regista ammirevole, ma rischioso. La mia sensazione è che la storia raccontata non è “sul crimine” ma “nel crimine”. Chi la racconta ha già deciso di fuggire l’ampio spettro delle implicazioni sociali e politiche degli eventi per richiudersi in un’ottica ben più delimitata dove ridefinire le categorie morali. E’ una scelta sicuramente funzionale alla narrazione, ma con un effetto finale devastante.
Anche secondo me, quallo che esce dalla galera è un poveraccio (suo malgrado), tanto più triste quanto più incapace di comprendere la propria condizione. Ma se lo guardi nell’ottica di quanto rappresentato in via esclusiva della sua storia, cioè della guerra appena combattuta, quello che esce è un vincitore che trova ad aspettarlo una macchina e 2 SUV carichi di persone al suo servizio, più la moglie e il pargolo del suo amico (la bestia che si fa carico “selettivamente” delle proprie responsabilità). Peraltro, la moglie dell’amico è anche carina. Come si conviene nel genere.
Si, certo, poi il sistema è complessivamente corrotto, è tutto nero e il fronte nazionale (o la lega) sfondano … ma questo per il regista è un assioma indimostrato, non un’evidenza. E io, nonostante i risultati elettorali, eccepisco anche su questo punto.
@ matteo: avevo in mente proprio Bunker quando pensavo a cosa non mi tornava del film di Audriard. Bunker non ha pietà per le vittime, è vero, ma relativizza di continuo la propria posizione. Dice “mi sarebbe piaciuto esser altro, ma sono questo … e pago di mio”, senza piagnistei. Ha l’istinto della bestia, ma anche la capacità umana di analizzare la propria situazione. Per questo motivo, nella sua opera il riferimento alla società che lo ha corrotto e lo ha reso quel che è non suona mai come autoassolutorio. Nei suoi libri, il quadro non dà mai l’impressione di essere incompleto. e dunque il messaggio morale c’è anche se non dichiarato pedantemente e suona come una cosa del tipo: “so che non sono nel giusto, ma state attenti a giudicarmi troppo frettolosamente”.
sulla questione del darwinismo sociale, sono d’accordo, ma anche no. secondo me il paragone è calzante. come dicevo anche a Giona, quando restringi l’ottica ridefinisci le regole d’ingaggio. se non ti preoccupi della responsabilità sociale delle imprese, allora vale la regola “business is business” e dunque tutto è ammissibile. E a quel punto ammiri il migliore. è esattamente l’operazione di Audriard. certo, lo aveva già chiarito Schumpeter e non bisognava aspettare la new-economy o la finanziarizzazione dell’economia per capirlo, ma il mio riferimento a quest’ultime è dovuto al fatto che anche il modo in cui Audriard mette in scena la guerra scimmiotta per tecniche ma soprattutto per definizione e rappresentazione del “successo” i nuovi ricchi più che l’antica borghesia.
@gianfranco@
Bunker. Sulla relativizzazione continua della propria condizione sono (passami il gioco) relativamente d’accordo. A leggere Little boy blue ed Educazione di una canaglia, cioè rispettivamente il romanzo e la biografia che si attardano di più sulla sua “formazione” criminale, la deontologia, chiamiamola così, professionale di Bunker è un tantino più complessa della formula “mi sarebbe piaciuto essere altro, ma sono questo… e pago di mio”. E lo è per un motivo molto semplice. In tanta azione nuda cruda, tanta, senza dubbio, “esperienza diretta” Bunker (narratore più colto di quanto in genere si ami pensare) si avvale di una filosofia che ha di fatto spopolato in Europa in tutto la prima metà del secolo scorso passandosi all’altra sponda dell’Oceano ora invertita di segno, ora (specie nella sua versione d’accatto, con l’hard boiled) confezionata e ritagliata a un’enorme fetta di mercato: l’esistenzialismo storico. Bunker senza Hemingway, Camus e Sartre sarebbe inconcepibile. Dunque occhio a quel che ti pare solo una “autentica” morale psicologica mentre è anche tanto (se non soprattutto) letteratura. Bunker ha scritto sette romanzi prima di pubblicare Come una bestia feroce. Sarebbe molto interresante leggerli per capire quanto la lettura dei classici (Dostoevskij, forse il suo più grande modello) ne abbia segnato l’apparentemente cristallino scontro fra volontà e istinto, e insomma la “filosofia” di vita. Il mio rilievo su Audiard voleva appunto essere oppositivo (lo era anche nel post), ma sul terreno più ampiamente culturale e non solo (come è ovvio, direi) psicologico.
quanto all’opposizione “nuovi ricchi” vs. borghesia. Come ti dicevo, è lettura a mio parere leggittima, ma bisogna pur ammettere che applicarla a quella tra còrsi e arabi che si inscena dentro e fuori dal carcere è quantomeno forzato. Come ha scritto (benissimo) De Lorenzis su Carmilla, quello del conflitto tra nuove leve e vecchia guardia è un must delle narrazioni criminali, e del noir in particolare. (In Bunker, ancora prima degli scontri razziali degli anni Sessanta, è lo scontro epocale, a cavallo della Seconda guerra mondiale, tra microcriminalità e criminalità organizzata.) I “nuovi ricchi” (almeno i nostri) il carcere non lo vedono neanche col binocolo. E la nostra borghesia non è propriamente (né ragiona, in fondo, con lo stesso metro di principio: l’opposizione frontale) l’“elite” carceraria còrsa. Insomma, è un fatto di prossimità: che Audiard voglia abbattere le barriere fra dentro e fuori è chiaro (penso lo voglia chiunque giri un film sul carcere); ma che a tua avviso abbia in mente anzitutto dinamiche economiche, e non piuttosto antropologico-sociali mi sembra, almeno questa volta, data la tua indubitabile e superiore competenza in materia, una caso di deformazione professionale.
@ matteo: Su Bunker semplificavo troppo, è vero. Ma non credo la sua impostazione psicologica-morale sia un espediente eminentemente letterario.
Sull’opposizione nuovi ricchi vs borghesia forse non mi sono spiegato bene, ma di certo mi hai frainteso. Il mio è un parallelismo non una commistione.