Quasi quindici anni per realizzarlo, ma direi non più di cinque minuti per scriverlo. Vedi alla voce “come produrre una sceneggiatura di successo in dieci rapide mosse”. Non mi stupirei se vincesse l’Oscar come miglior film.
Certo, uno sforzo immane, sia dal punto di vista economico che tecnologico. E alla fine è venuto fuori il remake di Balla coi lupi.
Ciecamente definito “Un film capitale” (Ferzetti), “Molto, molto bello: e intelligente, divertente, commovente” (Tornabuoni), “Innovativo, globale, epocale” (Mastrantonio), “Straordinario esempio di tecnologia applicata alle emozioni” (Crespi). Ma la migliore è questa: “Cameron si conferma re del mondo” (Honeycutt – Hollywood Reporter).
La peggiore, invece, è la recensione di George Monbiot1, persona altrimenti acuta. Sotto il titolo The Holocaust we will not see, fa tutto un panegirico sui motivi per cui alla destra americana non piace Avatar (ho controllato: neanche a quella italiana; certe cose sono proprio ridicole), e quindi la sinistra deve difenderlo. Partendo da Colombo, una rapida rassegna di atrocità imperialistiche che potrebbe raggiungere (ma non lo fa) l’Iraq, dovrebbe convincerci che Avatar è un film politico: perché di questo si parla chiaramente, e questo sembra essere il vero nocciolo della faccenda: la critica all’imperialismo americano.
A parte il fatto che gli Stati Uniti sono un posto in cui un tale di nome John Podhoretz viene pagato per scrivere su un giornale che Avatar è un “revisionist western” in cui “the Indians became the good guys and the Americans the bad guys.”2 (ma queste sono cose che capitano anche da noi), quello che voglio dire è che trovo molto irritante dover assistere in diretta al lavaggio della coscienza razzista di James Cameron, soprattutto se viene spacciata come una coscienza, diciamo per comodità, “di sinistra”. (Se questo è di sinistra, allora Giusy Ferreri è una grande artista – e qualcuno purtroppo l’ha detto davvero, ma questo è un altro discorso).
Il punto del film, a voler vedere, non è tanto la questione popolo oppressore/popolo oppresso: ogni manuale di sceneggiatura post-fordista (John, non Henry) consiglia di affrontare l’argomento nelle pellicole d’azione: commuove e lava le coscienze, appunto. La faccenda è più semplicemente legata alla rappresentazione dell’altro. E cioè dei Na’vi, degli oppressi.
Un popolo blu, alto tre metri, con tratti vagamente felini. Hanno le treccine in testa e un osso appeso al collo, una serie di credenze che più o meno ricordano quelle dei nativi americani, espresse da una ritualità che rimanda invece all’animismo africano. Insomma, gli altri sono quelli che credono nelle solite cose: la terra, la natura, dormono sugli alberi e sono bruttarelli. Non sono stronzi nel profondo, lo sono per necessità: anche lo stronzo poi capisce di potersi fidare e quindi dimostra di essere buono. Già, ma di chi si fidano? Del soldato americano che si traveste e li guida. Perché è vero che il marine comprende la vera essenza di quel popolo, ma è vero anche che quel popolo, senza il marine, era arrivato a un punto morto, e solo la sua venuta (preannunciata da profezie e robe magiche) riesce a salvarli. Lui è il profeta, il messia, l’eletto. Lui solo può salvarli: è scritto.
Io leggo: esportare la democrazia, ché senza gli americani questi starebbero ancora a dormire sugli alberi. Io leggo: gli indiani non hanno vinto perché John Smith non è passato dalla loro parte a spiegargli come vincere.
Non c’è nulla da fare: le stratificazioni culturali che ci formano sono molto più forti di ogni nostro lucido ragionamento. Penso che Edward Said avrebbe da ridire su questo film, figlio di un razzismo molto più sottile di quello espresso da Podhoretz e compari. È un razzismo profondo, che si nasconde dietro un’apertura progressista. È lo stesso razzismo di cui è vittima (e ne parleremo a breve) il nuovo film di Ricky Tognazzi e molti altri prima di lui: che poi è lo stesso di sempre, è quello che giustificava il primo colonialismo (perché non tutti i colonialisti tendevano a un arricchimento individuale, c’erano pure gli altruisti).
Dovremmo smetterla noi, quaggiù, di farci propinare simili polpettoni autoerotici celebrati come eventi dalla cui riuscita dipende la vita sul pianeta. Quelli stanno lì, se la cantano e se la suonano, e noi li guardiamo compiaciuti.
[1] The Holocaust We Will Not See di George Monbiot⇑
[2] Avatarocious. Another spectacle hits an iceberg and sinks. di John Podhoretz⇑




















ottima lettura critica.
la magnificenza di paesaggi, flora fauna e colori, esaltati dal 3D, abbagliano bene e fanno godere. e, attraverso il godimento, la mente non si accorge neppure di quel che mangia.
Anni fa mi aveva colpito molto un articolo di John Kleeves su ‘Attacco al potere’ (‘The Siege’ – 1998). Si trova qui, in italiano, ma qui ci sono molte altre sue recensioni, che applicano lo stesso metodo.
Kleeves ha scritto molto sui miti hollywoodiani e su cosa nascondono. A volte può sembrare un po’ troppo radicale e cospirazionista, ma le sue analisi di ‘Forrest Gump’, ‘Salvate il Soldato Ryan’ ecc sono illuminanti. Soprattutto per chi, come noi, vive ai margini dell’impero e non è in grado di decifrare segnali che invece sono dati per acquisiti.
non la condivido nel finale, perche’ al contrario il “superiore” marine e’ un paralitico che muore e rinasce diventando l’altro.
Secondo me, il messaggio occulto e’ che senza fusione di civilta’ non c’e’ futuro, non c’e’ difesa da nuovi predatori.
Non ci sono anticorpi.
Il pianeta pandora e’ un unico organismo minato da invasioni patogene esterne e serve acquisire un antigene
che crei difese immunitarie: il loro dio natura diventa anche aggressivo, mandando gli animali a combattere
in caso di necessita’.
Puo’ essere letto anche come un film ambientalista e antimperialista, o come una allucinazione onirica e mielosa.
Ma secondo me riflette, volutamente o no, il senso di vuoto di un occidente che ha conquistato tutti i continenti ma crede di aver perso la sua anima.
Che poi forse e’ solo la naturale armonia de primati superiori col resto della natura…
non trovo che gli altri siano rappresnetati come bruttarelli o selvaggi, al contrario. i na’vi sono ovviamente detentori di un sapere esoterico a noi inaccessibile, infatti vivono su un pianete-rete (un delirio cibernetico, francamente) al quale si connettono tramite spine neurali (che a me hanno ricordato existenz) e che, in definitiva, vince la guerra per loro (archi e frecce contro mitragliatori, ma dài: se ewa (o si chiamava gea? o aiwa?) non avesse mandato in loro aiuto le bestie non avrebbero mai vinto). la superiorità dei na’vi messa in campo da cameron è lampante, in questo ha ragione podhoretz: loro sono i buoni. infatti — trovo molto acuta l’annotazione di davide m — il marine muore e rinasce altro (cioè la sua coscienza, informatizzata, viene spostata sulla memoria di massa residente nel case blu alto. il tutto dall’albero/matrice/dea/processore).
quel che mi fa incazzare è al contrario proprio la mitizzazione dell’altro (l’ho già scritto qui e qui, e li cito, come là citerò questo sito, perché mi piace l’idea che discussioni interessanti s’incontrino): i na’vi non sono ambientalisti perché l’ambientalismo è una cosa di cui hanno bisogno popoli tecnologiamente evoluti e quindi inquinatori, ma noi in loro vediamo un ambientalismo arcadico, all’acqua di rose, con un ambiente tutto piegato a soddisfare i bisogni delle persone. con cosa si puliscono il culo i na’vi? con cosa si curano i calcoli ai reni? cosa usano come assorbenti quelle cavallone blu (neanche una con un po’ di pancetta, notato?)?
i veri nativi, quelli della terra, sono bassini, hanno i denti marci e le tette cascanti e di solito si arrotolano delle foglie intorno al pisello, sotto la panzetta. se ce li avessero fatti vedere così (o mentre, senza wii, senza pc e senza parola scritta, si rompevano i coglioni in una uggiosa mattina di inverno) avremmo parteggiato per loro con lo stesso entusiasmo?
no, i na’vi sono perfetti, angelicati.
e il loro è il modo giusto di vivere.
e avatar è — da un punto di vista ideologico — la bugia di poter essere migliori.
mentre quelli che ci forniscono la benzina fanno quello che i cattivi del film non sono riusciti a fare.
Giuste osservazioni. Però ho qualcosa da precisare.
Innanzitutto, la questione ambientalista e antimperialista, che per me sono assolutamente irrilevanti, in questo contesto.
Non ho mai visto un film anti-ambientalista. Penso che nessuno avrebbe il coraggio di spendere miliardi di dollari per farci vedere quanto è bello disboscare l’Amazzonia. Del resto si fanno i conti col botteghino, e il pubblico vuole tornare a casa e sentirsi rassicurato.
In questo senso, ogni film può essere ambientalista, basta inserire in un’inquadratura un filo d’erba calpestato dal cattivo. Il messaggio ambientalista di Avatar è ‘amiamo e rispettiamo la natura, ché i Na’vi erano felici prima di conoscerci ecc’. È lo stesso messaggio di “Indio”, di “Wall-e”, di “Scappo dalla città – la vita, l’amore e le vacche”. È un po’ pochino.
Antimperialista. Qui si potrebbe affrontare un discorso infinito, che potrebbe essere molto radicale, andando ad analizzare il merchandising del film, la pubblicità, i partner commerciali (c’è addirittura un sito internet ufficiale da cui traspare tutto questo: avtr.com). Ma ciò aprirebbe una discussione che non vale la pena, a parere mio, di spendere per un film del genere.
È giustissima l’osservazione che il marine non solo è paralitico (quindi il contrario dello stereotipo, rappresentato, invece, dal colonnello) ma alla fine si tramuta persino, anzi si fonde proprio, con l’altra cultura.
È paralitico: è diverso, diverso dagli altri (che infatti lo deridono, al suo arrivo). È anche un doppio, nel senso di doppelganger: ha un gemello. È il principio femminino, da un certo punto di vista. È quindi un essere completo (androgino), perché è riuscito a tenere a bada la sua parte ‘animale’, cioè umana. Quindi è un essere superiore. E infatti è l’eletto, come il Neo di Matrix. Tutti i segnali portano a lui, gli spiriti gli si posano addosso, gli viene risparmiata la vita almeno due volte.
Tu mi dici: è dalla fusione che nasce il miglioramento. E io invece sono convinto che la fusione avvenga per necessità: ora che i terrestri sono stati cacciati, come può Jake trovare l’ossigeno per sopravvivere? L’unica speranza per lui è tentare ciò che la dottoressa ha fallito: tentare di trasformarsi. Lei ha fallito perché non era abbastanza forte. Ma Jake è l’uomo nuovo, è l’eletto.
(Comunque, se Avatar avesse un seguito realistico, probabilmente inizierebbe con uno starnuto di Jake Sully che provoca la morte di metà della popolazione).
(Gli altri sono bruttarelli sono agli occhi dei marines, che li deridono come deridono la loro cultura, con chiari rimandi al razzismo cui siamo abituati).
Sono d’accordo con le tue osservazioni sull’ambientalismo e la mitizzazione. E con la tua frase finale. Del resto, la Coca Cola è uno dei maggiori partner commerciali di questo film. E non voglio passare per il solito ottuso radicale. Ma non mi va nemmeno di eleggere Cameron a nuova icona di sinistra. (Non dimentico che ‘Terminator 2′ è stato definito, all’epoca, un film pacifista: perché l’obiettivo era fermare l’esplosione nucleare).
@beppe: gli altri sono bruttarelli agli occhi dei marines, hai ragione. ma i marines sono i cattivi, i marines sono gli altri, perché noi spettatori siamo i na’vi. noi sappiamo che i brutti sono i marines (bassi, sporchi e con le carie… hoy, proprio come degli indii amazzonici!), i quali ci disprezzano dal basso del loro rapace squallore.
ciò detto, siamo d’accordo che cameron non sia un regista di sinistra. sia tteggia a farlo perché va di moda.
cribbio, anche il nostro amico trem(end)onti si atteggai a sinistrorso!
hey, cazzo, quasi quasi mi viene da dire che anch’io sono di sinistra! viva l’ambiente! siamo tutti amici! viva l’amore! viva il partito dell’amore! (ehm, no, questo forse era meglio non dirlo…)
Un’antica tribù dell’Orissa (India) chiede a Cameroon di scoprire il suo bluff sinistrorso chiedendogli di impegnarsi per la loro causa, tragicomicamente simile a quella dei Na’vi.
http://lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201002articoli/52020girata.asp