Scritto da Denis Smaniotto il 31 maggio 2010 alle 23:46
Afferrò la mano del bambino e ci ficcò la pistola. Prendila, sussurrò. Prendila. Il bambino era terrorizzato. Lui lo abbracciò e lo tenne stretto. Era così magro. Non avere paura, gli disse. Se ti trovano lo devi fare. Hai capito? Shh. Non piangere. Mi ascolti? Lo sai come si fa. Te la metti in bocca e la punti in su. Veloce e deciso. Hai capito? Smettila di piangere. Hai capito?
La strada, C. McCarthy
Leggendo L’uomo verticale, l’ultimo libro di Davide Longo (Fandango Libri, 2010), non ho potuto fare a meno di pensare a La strada di McCarthy (Einaudi, 2007). L’accostamento è scontato; viene proposto, in maniera frettolosa e approssimata, praticamente in ogni blog o articolo che ne tenti la recensione. E in effetti, prima di leggerlo sapevo già che mi sarei trovato a confrontarli, tanto che mi auguravo di potermi trovare di fronte a un altro piccolo capolavoro quale è stato per me il libro di McCarthy.
Tuttavia, i due libri sono in realtà profondamente diversi.
La strada è ambientato in un futuro imprecisato, un tempo che riconosciamo d’altra parte non troppo distante dal nostro. Quello abitato dai personaggi è un mondo devastato, ridotto in cenere dalla brutalità sovraumana di un misterioso evento catastrofico: guerra nucleare, esplosione seguita alla caduta di un meteorite, cataclisma naturale. Qualcosa di terribile. Si tratta di una situazione geograficamente estesa, ma non si sa quanto; non si parla di stati, di regioni; certamente non esiste più una società civile, non esistono più le città e l’umanità è decimata. Dopotutto, non serve sapere tanto di più: dove sia ambientato, tra quanti anni, che cosa sia veramente successo… Seguiamo padre e figlio che si allontanano lungo lo snodarsi interminabile della strada. L’ambiente naturale è profondamente mutato. Alberi senza foglie, vegetazione pressoché assente: «Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato».
La strada è dunque l’unica certezza che affiora dal nulla dilagato. Le città sono ruderi che nascondono minacce, ogni casa non è più un rifugio dal mondo esterno, ma piuttosto un luogo dove trovare qualcosa di utile per sopravvivere e dal quale allontanarsi prima possibile. La casa è diventata il posto meno sicuro al mondo. Ovunque oggetti abbandonati divenuti scheletri, rottami. La strada, per quanto sventrata e bruciata e ridotta a una striscia di catrame fuso senza segni e direzioni, rimane uguale a se stessa. È l’unico elemento ancora riconoscibile di un mondo che non esiste più; continua a essere una strada: unisce i luoghi e serve per gli spostamenti, proprio come prima. Padre e figlio, sempre soli, cercano di scampare alle difficoltà di un clima troppo rigido; tentano di raggiungere la costa per proseguire poi verso sud e allontanarsi dall’inverno. Camminano sulla strada, a volte se ne discostano, per necessità o per non correre troppi rischi, ma non se ne allontanano mai troppo. Rimane un filo da seguire per non perdere del tutto ogni speranza.
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Scritto da Beppe Leonetti il 27 maggio 2010 alle 12:09
- Cos’hai combinato per meritarti questo?
- Ho ricevuto un’educazione siberiana.
Nicolai Lilin
Qui si parla di un giovane russo nato nel 1980. In questi trent’anni ha fatto il criminale, è stato in carcere, è diventato un tatuatore leggendario, è stato in guerra, è scappato dal suo Paese, è arrivato in Italia, ha imparato l’italiano talmente bene da riuscire a scriverci due libri, entrambi pubblicati da Einaudi.
Io di anni ne ho trentatré, e anche solo per imparare a balbettare l’inglese ci ho impiegato due terzi del mio tempo, figuriamoci se nel frattempo avessi dovuto andare in guerra e in prigione!
In più, avendo vissuto la mia vita per procura, grazie ai romanzi di avventura e ai thriller, mi sono fatto una precisa idea del codice criminale e dell’etica dei fuorilegge: romanticismo ed eroismo alla Robin Hood. Poi, un giorno, mi hanno rapinato per strada e ho capito che tutto ciò che avevo letto erano solo fregnacce: la differenza tra un romanzo e la vita.
Arrivato a trentatré anni, ho capito che metterei la firma per avere una biografia come quella di Nicolai Lilin. Io conosco un mondo in cui ti accoltellano per un parcheggio, ti stuprano se torni a casa da sola la sera, ti picchiano a morte se rubi un pacco di biscotti, ti arrestano e ti pisciano addosso se vai a manifestare contro la guerra. Lilin, invece, ha vissuto la sua infanzia nella Città del Sole.
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Scritto da Beppe Leonetti il 19 maggio 2010 alle 17:25

Un film del 1973 e il suo remake del 2010. Quasi quarant’anni di distanza. Due diversi modi di raccontare la stessa storia che rappresentano un’interessante metafora di come è cambiata la percezione del potere.
I film si intitolano entrambi La città verrà distrutta all’alba (The Crazies). Il primo (1973) è diretto da George Romero, il secondo da tale Breck Eisner. La trama: un aereo militare che trasporta il Trixie, potentissima arma biologica per la quale ancora non esiste un vaccino, precipita nei pressi di un piccolo villaggio del midwest americano (Evans City nel 1973, Ogden Marsh nel 2010). Mentre gli abitanti danno di matto e tentano di uccidersi l’un l’altro (il Trixie fa letteralmente impazzire le sue vittime), il governo invia un contingente militare per mettere in quarantena la città: né l’infezione, né la sua notizia devono arrivare al resto del Paese. Solo due uomini (il capo dei pompieri e il suo vice, entrambi reduci di guerra, nel film del 1973, lo sceriffo e il suo vice nel 2010) con la moglie, incinta, del primo di essi, tentano la fuga per la sopravvivenza.
Ma già così, a una superficiale visione, balzano agli occhi le differenze tra le due pellicole.
The Crazies 2010 è una cronaca della fuga di David, Judy e Russell: colpi di scena, sparatorie, alta tensione e sangue ne fanno un puro film d’avventura. I tre protagonisti devono scappare dal loro villaggio, arrivare alla città vicina per denunciare le follie a cui stanno assistendo: “militari” (una non meglio precisata entità) che uccidono liberamente cittadini americani. Durante il viaggio si imbattono in alcuni “contagiati”, che più che veri e propri malati sono “sciacalli”, cacciatori che in una zona di sospensione di diritti civili, e quindi di legalità, danno libero sfogo ai loro istinti animaleschi.
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Scritto da Matteo Boero il 12 maggio 2010 alle 16:46
I’m going to come back to West Virginia when this is over. There’s something ancient and deeply-rooted in my soul. I like to think that I have left my ghost up one of those hollows, and I’ll never really be able to leave for good until I find it. And I don’t want to look for it, because I might find it and have to leave.
Breece D’J Pancake, in una lettera alla madre

È l’8 febbraio 1994. Su due fogli di carta intestata dell’Hotel Villa Magna a Madrid, Kurt Cobain scrive la sua penultima pagina di diario. È una riflessione sul tempo, sull’importanza che il tempo riveste per coloro che diventano dipendenti da sostanze chimiche, da droghe potenti come l’eroina e la cocaina. Cobain porta ad esempio il cinema. «Nei film i registi provano a ritrarre scene di vita vissuta. I momenti più interessanti all’interno dell’arco temporale dei personaggi sono poi selezionati entro una certa durata. Il tempo è molto più lungo rispetto a quello che un film può mostrare e che uno spettatore sopporterà. Insomma, noi non ci rendiamo conto del ruolo gigantesco che ha il tempo nel condurci attraverso gli avvenimenti». L’esempio che segue, di un ragazzo che inizia a bucarsi il 1° gennaio e tra stacchi e riprese arriva a natale senza mai sentirsi davvero tossicodipendente, dura appena una pagina, ma in un anno di consumo occasionale di eroina, commenta Cobain, quella persona ha passato più giorni fatto che non. Che lo si voglia ammettere o no, conclude, l’uso della droga è una fuga. Una fuga dal tempo. Quel tempo che nessuno spettatore sopporterebbe di vedere rappresentato nella sua interezza, perché la visione sarebbe insostenibile. E di lì a due mesi, infatti, non sarà più sostenuta. Continua a leggere
Scritto da Beppe Leonetti il 19 aprile 2010 alle 11:53
“Pubblicando con Mondadori Saviano ha generato conflitto.
Sta facendo venire al pettine nodi grossi.
E’ + di quanto abbia fatto l’opposizione.”
“Far venire nodi al pettine è tanto un dovere civico e politico,
quanto un compito specifico dello scrittore.”
Wu Ming, tweet 18/04/2010
Per vestire i panni di Jake La Motta in Toro Scatenato (Raging Bull, 1980), Robert De Niro è ingrassato di circa trenta chili. La sua interpretazione è sublime, emozionante (vince l’Oscar come miglior attore protagonista). Ma la sua salute è a rischio: Scorsese decide di accelerare la fine delle riprese per permettere all’amico di riprendere il suo peso forma. Per consentirgli di dismettere i panni di La Motta.
De Niro è un grande attore, e sa rendersi conto che a un certo punto arriva il momento di liberarsi di un personaggio, di svestirsi dei panni che ti hanno reso celebre: per evitare di fare danno a te stesso, per progredire, e per impedire al pubblico di identificarti per sempre con quella maschera. Per evitare di renderti ridicolo. Sono tante le biografie di attori che hanno fatto la scelta sbagliata, per apparente comodità, per necessità o per un calcolo errato, e ne hanno pagato le conseguenze. Così come sono tantissimi quelli che sono riusciti a riprendersi, dando un’improvvisa svolta alla propria carriera. Un attore rischia di smettere di essere un attore e diventare una caricatura. Questa è una delle principali differenze tra un grande attore e uno mediocre (“The talent is in the choices” è una frase attribuita a De Niro). Questo è il motivo per cui Roberto Saviano è un attore mediocre.
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Scritto da Marco Deodati il 08 aprile 2010 alle 00:08
«L’arte della politica insegna agli uomini a intraprendere cose grandi e radiose, ta megala kai lampra, nelle parole di Democrito; fin quando la polis è capace di ispirare agli uomini il desiderio di osare lo straordinario, tutto è salvo; ma se essa perisce, tutto è perduto».
Hannah Arendt
Clint Eastwood è stato probabilmente il maggior cineasta del primo decennio del nuovo secolo. Titoli come Mystic River, Million Dollar Baby e Gran Torino spiccano come vette poderose e ravvicinate di una carriera in continuo crescendo. Per gli anni Zero, in realtà, si deve parlare di una vera e propria catena montuosa, visto che la produzione eastwoodiana ammonta a una decina di film, con la media implacabile e martellante di uno ogni anno. Ha quasi del prodigioso il lasso di tempo, tutto sommato assai breve, nel quale il buon vecchio Clint è riuscito a tirare fuori alcuni capolavori epocali. Davvero niente male per un vecchietto di ottant’anni.
Per il pensiero e per l’arte le strade non sono mai perfettamente definite. C’è il genio precoce, il cui spirito manifesta fin da subito intuizioni vaste e nitide, salvo esaurirsi altrettanto velocemente per troppa intensità. Si tratta di una figura cara a una certa sensibilità romantica: gli eroi son tutti giovani e belli, diceva una canzone famosa di qualche tempo fa (frase che vale evidentemente per qualsiasi “eroe”). C’è poi il genio costante, quello per il quale in ogni progetto affrontato si apre e si chiude un mondo intero. Ogni creazione è in questo caso maniacale e totalizzante, l’epifania di un nuovo universo, che si svela chiudendone un altro. La magnificenza del risultato è pari solo allo sfinimento che essa comporta. Dice Sergio Leone: «Kurosawa ed io – e pochi altri registi sopravvissuti, ammesso che esista questa razza di persone – non siamo tipi da avere crisi di astinenza. Non puoi girare un film come si insacca un salame. Da un progetto come Ran o C’era una volta in America si viene fuori con la bocca asciutta, la testa in fiamme e l’anima a brandelli». Per il tipo costante, dunque, il livello si mantiene sempre massimo, a fronte però di inevitabili pause creative. Infine si dà un tipo di artigiano che lavora seriamente alla sua opera, perfezionando progressivamente la sua arte, definendo il suo stile, puntando umilmente su quel che gli riesce meglio: si tratta di un individuo da cui si pensava di non potersi aspettare nulla di straordinario e che invece, maturando lentamente, cocciutamente, rivela una genialità tardiva e insospettabile. Ecco, il buon vecchio Clint sembra appartenere a questa terza categoria, con buona pace di tutti coloro che l’hanno considerato, fino a non molto tempo fa, per lo meno con sufficienza, quando non proprio con malcelato fastidio. Ha dovuto però faticare non poco e sfornare tre o quattro capolavori in dieci anni per vedere riconosciuta la sua grandezza cinematografica. Sui suoi “segreti” si parla e si scrive molto, spesso a sproposito, come succede evidentemente ogni volta che si ha a che fare con un “caso” come il suo. Non voglio entrare nel merito di questo dibattito, se non dicendo molto brevemente che non c’è, mi sembra, alcun segreto. Eastwood è uno degli ultimi grandi autori del cinema classico americano, che punta da sempre su alcuni ingredienti vincenti: buone storie, ben strutturate, raccontate in modo solido e credibile, con una certa predilezione per il quotidiano e la vicenda di strada, letti però nell’ottica di quel che portano con sé di stra-ordinario, di bello, tragico, problematico, senza indulgere a conclusioni troppo facili per non apparire banali, riducendo all’essenziale i dialoghi (mai strillati, mai isterici, come accade invece a troppo cinema italiano) e puntando invece di più sulla forza delle immagini, privilegiando uno sguardo duro e sobrio allo stesso tempo, tagliente e viscerale. A queste caratteristiche classiche si aggiunge il lievito necessario a dare loro corpo: la sensibilità del buon vecchio Clint, sempre più ispirata e impareggiabile nel rappresentare i chiaroscuri di una vita mai univocamente riducibile ad alcuno dei suoi aspetti. L’ultima sua fatica, Invictus (2009), giunta a conclusione di un decennio straordinario, conferma il recente cammino eastwoodiano. Non voglio scrivere una recensione del film, né discutere della questione se si tratti di un esito degno dei titoli citati in precedenza (cose che forse non sarei neppure in grado di fare). Mi interessa però condividere qualche riflessione sulla vocazione didattica e politica del film. Continua a leggere
Scritto da Gepi Solarino il 31 marzo 2010 alle 13:46
Scritto da gianfranco il 30 marzo 2010 alle 12:51
Ieri sera, anziché continuare a farmi il sangue amaro coltivando vane speranze elettorali, sono andato al cinema. Ho visto Il profeta, un film del quale hanno parlato bene in molti.
E devo dire che chi trova sia un bel film non ha tutti i torti. La qualità registica è notevole. Belle immagini, belle inquadrature, magnifica fotografia, un montaggio misurato ed efficace, scelte musicali quasi sempre appropriate. Il film è lungo. Ma forse un romanzo di de-formazione come questo richiede qualche minuto in più di montato rispetto alla norma.
Insomma, tutto bene?
Direi di no. Continua a leggere
Scritto da Matteo Boero il 21 marzo 2010 alle 21:10
Malik ha appena 19 anni quando entra nel cercere centrale di Brécourt. Di lui sappiamo poco: è arabo, non ha genitori o amici che possano mandargli dei soldi, è semianalfabeta, porta adosso le cicatrici di una vita violenta. La camera esce letteralmente dal buio in cui è avvolto il suo passato per restituircelo in un mondo di celle luride e buie, come a sottolineare la sostanziale continuità tra prima e dopo, dentro e fuori. Durante l’ora d’aria viene pestato da due “fratelli” che gli rubano le scarpe. È un tipo schivo, il che ne fa una preda facile per i mafiosi còrsi che controllano i secondini e che lo mettono di fronte a una scelta crudele: o accetta di uccidere un arabo implicato in un certo processo o loro uccideranno lui…
Il profeta, il film di Jacques Audiard vincitore del Grand Prix all’ultimo Festival di Cannes, è al tempo stesso prison drama, romanzo di formazione criminale, noir, documentario sociologico. Nessun genere lo risolve davvero perché l’intenzione dichiarata è quella di azzerare le distanze tra prigione e società non meno di quelle tra i generi. Malik non indugia nemmeno un minuto a sogni di fuga. Non è il Frank Morris di Fuga da Alcatraz e nemmeno l’Alex Hammond, intelligente ma autodistruttivo protagonista di Little boy blue. In carcere, Malik impara, impara a uccidere e a leggere, conosce l’arabo e il francese e impara persino la lingua dei còrsi che gli otterrà la fiducia utile a spodestarli. Lo sguardo di Audiard, prima mosso, minimale, intimista, man mano che Malik procede nella sua darwiniana evoluzione si fa sempre più luminoso, fermo, distaccato. La storia si dipana per due ore e mezza senza un vero punto morto. La violenza, a tratti efferata, non è mai gratuita.
Più degli stereotipi del film di genere, Il profeta ha la durezza del trattato antropologico, appena addolcito da una sottile vena di misticismo. Ma si farebbe un torto al film considerare tale vena surrealista nei termini di un semplice contrappunto onirico. ‘Profeta’ Malik lo è perché parla coi propri fantasmi e da loro ottiene, insieme alla profezia, un naturale distacco dalle proprie colpe. È il distacco naturale dei bambini. Lo stesso distacco per cui, nel nostro giudizio, la storia dell’ascesa di un gangster spietato può sembrare quella di un uomo umile che si prende semplicemente ciò che gli spetta.
Scritto da gianfranco il 08 marzo 2010 alle 11:00
«Chi non è di sinistra da giovane è senza cuore,
ma chi non è di destra da vecchio è senza cervello»
attribuita a Winston Churchill
Probabilmente nessuno è sorpreso dallo scoprirsi imborghesito e sempre più reazionario col passare del tempo. Ma se la maturazione di posizioni conservatrici abbia a che fare la ragionevolezza e l’intelletto – come suggerisce la massima del primo ministro di Sua Maestà – o se piuttosto la si debba attribuire al disincanto, alla stanchezza, e alle delusioni che generalmente si accompagnano mano nella mano con l’età, non è dato sapere.
Esistono però casi, forse isolati ma certamente emblematici, di persone che, come il vino, invecchiano bene. Che magari fanno cose aberranti in gioventù, per poi costruire nel corso degli anni un nuovo sé, passo dopo passo, tassello dopo tassello.
Tutti noi abbiamo in mente, ad esempio, il caso del pistolero senza nome. Quello che non avrebbe esitato a sparare a vista per qualche dollaro in più o per un malinteso senso di pulizia; disposto a fidarsi solo del proprio fucile o della propria 44 Magnum, con una legge morale tutt’al più bidimensionale, capace di svilupparsi solo lungo gli assi dell’istinto primordiale e del disprezzo più assoluto del genere umano; atto a guardare alla figura femminile con lo stesso senso di trasporto, rispetto e coinvolgimento concesso a un paracarro; in grado di apprezzare fino in fondo la dote migliore di una persona di colore o di un immigrato: l’invisibilità. In poche parole, con una concezione politica talmente alta, che sopra di essa c’è solo la merda di piccione. Continua a leggere
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